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Home > Pranoterapia e altro > Studioso – Erodoto conia i termine “ MAGO ” 1° Parte

Studioso – Erodoto conia i termine “ MAGO ” 1° Parte

           Il termine moderno “Mago” fu coniato da Erodoto
             nel periodo splendente dell’Imp. Greco Romano

Attenti studi e accurate ricerche hanno confermato il culto della magia e i rituali esoterici con i simboli magici classici a partire dal periodo paleolitico con la conferma di graffiti in grotte francesi. La magia in oriente, Persia, Mesopotamia, conferma il rituale di magia cerimoniale con le moderne parole che hanno da sempre il potere di comandare gli spiriti.
L’utilizzo di simboli e di amuleti o sigilli per invocare gli spiriti o i demoni. L’utilizzo del cerchio per difendere il mago. Il termine moderno “Mago” fu coniato da Erodoto nel periodo splendente dell’Imp. Greco Romano. Nell’epoca del IV secolo A.C. che si cominciò ad utilizzare le dottrine rituali miste di cultura ellenistica e la fusione di riti magici con elementi astrologici e alchimisti.
Nella cultura latina troviamo numerose testimonianze di attività occulte, esperimenti di negromanzia, uccisioni a distanza, filtri d’amore, divinazione, talismani, oggetti per rituali magici e formule sacre.
Per l’Islam la magia è una tecnica che risponde a precise leggi operanti per preciso disposto divino. E’ condannata la magia nera o magia diabolica, ma non per questo è rimasta meno utilizzata…
Nel Medio Evo, nonostante le polemiche di antimagia e le ostilità della chiesa nei riguardi delle arti occulte, il substrato Medioevale ha un’importanza rilevante. Il mondo religioso si prodigò molto con divinità intrise di doti magiche allo scopo di liberare le forze occulte possedute dalle potenze superiori.
Alcune opere letterarie ebbero un’enorme influenza sulla speculazione magica in età Rinascimentale e sino ai giorni nostri dove queste righe trovano ogni giorno la conferma delle doti superiori delle arti magiche rispetto alle comuni arti artigianali. Nel XIII secolo con vigore torna in auge anche l’astrologia con varie influenze per il rinascimento. Cresce con la cultura anche l’interesse per la magia rituale e mescolata a studi scientifici partoriscono numerose e voluminose opere di immenso interesse didattico scientifico e storico. Nascono opere dettagliate di interesse: magico – astrologica – alchemica – teurgia – mistica -cabala. Qui la magia era definita la scienza più perfetta ma suddivisa in tre tipologie: Naturale, Celeste, Cerimoniale. Dove i primi due rappresentano la nota Magia Bianca e il terzo la Nera.
Nel XIX secolo la tradizione magica è al culmine del suo splendore e si aprono le prime le prime avvisaglie contro la cultura magica e contro le varie dottrine. Incalzante è il sapere scientifico che si contrappone ai vertici del potere dell’Illuminismo moderno. La magia di oggi è sempre la stessa di sempre, ma ora sono troppi coloro che alla ricerca di facili guadagni e con l’ausilio di stupende opere letterarie si improvvisano maghi, ma di doti magiche esoteriche e occultiste sono del tutto improvvisati. Sul piede saldo di questo pensiero troppi si confondono nel panorama ermetico di tradizioni più o meno occultiste e truffano ignari clienti. Pochi, al contrario, sono coscientemente dotti e dotati di cultura ed energia atta a confrontarsi con i più potenti spiriti che ci circondano.
I moderni mezzi informatici poi aiutano non a poco l’applicazione delle potenti arti Astrologiche che un tempo richiedevano proficuo impegno e giganteschi calcoli per le evoluzioni astrali. Il sapere dei nostri maestri moderni come: Gustavo Rol Torino, Eusapia Paladino, Fortune Djon, Gerald Gardner, G. I. Gurdjieff, Aleister Crowley, Madame Blavatsky, ecc… Sono la conferma e la continuazione dell’evoluzione moderna della magia e dell’indotto bello o brutto che gira con lei. Per i meno adepti sono disponibili corsi o minicorsi per affrontare tutti gli ostacoli quotidiani. I nostri partner, Grandi Maestri e sinceri professionisti, sono sempre a vostra disposizione per chiarire ogni vostro dubbio sull’argomento, profondi conoscitori delle arti occulte saranno lieti di interpretare le vostre richieste e di esaudire la vostra sete di conoscenza.
 
Premessa
 
“Questa è l’esposizione che fa delle sue ricerche Erodoto di Turi, affinchè gli avvenimenti umani con il tempo non si dissolvano nella dimenticanza e le imprese grandi e meravigliose, compiute tanto dai Greci che dai Barbari, non rimangano senza gloria; tra l’altro, egli ricerca la ragione per cui essi vennero in guerra tra loro.”(Le Storie, proemio).
Con queste parole inizia l’opera di Erodoto, nato ad Alicarnasso, colonia dorica, tra il 490 e il 480 a.C.. e morto, non si sa se a Turi o ad Atene, tra il 430 e il 420 a.C.. Tale opera, intitolata Le Storie, tratta delle lotte tra Greci e Barbari dalle origini alle guerre persiane. Erodoto la scrisse dopo numerosi viaggi in Europa, Asia e Africa, nel corso dei quali raccolse un ricchissimo materiale informativo sulla vita, i costumi e le credenze di molti popoli, fornendoci una gran quantità di notizie sulla storia del mondo antico. Per questi motivi può essere considerato sotto molti aspetti il fondatore della storiografia greca.
 
Nelle parole del proemio troviamo condensata l’essenza stessa dell’opera, sia dal punto di vista del metodo, sia da quello delle finalità.
Infatti, se da una parte Erodoto parla di ricerche, facendo quindi un chiaro riferimento al suo minuzioso lavoro di ricostruzione della storia sul campo, dall’altra enuncia il fine ultimo della sua opera: tramandare “le imprese grandi e meravigliose”.
 
1) La comunicazione come strumento di conoscenza
 
Per quanto riguarda la questione del metodo, l’oggetto principale della ricerca erodotea non sono solo i fatti narrati, ma anche tutto ciò che può essere considerato causa. Egli, infatti, si propone in primo luogo di esporre gli avvenimenti in modo lineare, secondo la loro connessione temporale e soprattutto di individuarne le cause. Per fare un esempio di ciò, basti pensare a quanto scrive circa le motivazione leggendarie alla base delle più remote ostilità tra Europa ed Asia, con riferimento ai ratti di Io ed Elena, di Europa e Medea: non tiene in grande considerazione la spiegazione mitica, bensì espone il risultato della sua ricerca che lo porta al re di Lidia, Creso.
 
In altre parole, Erodoto persegue, quale criterio di indagine, la verifica personale dei fatti, la visione diretta, egli stesso è la sua prima fonte, insieme ai testimoni che a lui sembrano maggiormente degni di veridicità. L’altro momento dell’indagine è l’intervento critico dell’autore, la sua scrupolosa scelta operata quando tra versioni in contrasto tra loro egli opta per quella che secondo il suo punto di vista gli sembra la più attendibile o, semplicemente, plausibile, oppure lascia questo compito al lettore o all’ascoltatore.
 
È di assoluta evidenza la rivoluzionaria originalità di questo metodo, la cui base documentaria, va ricordato, è fondamentalmente orale; chi compie la ricerca deve raccogliere con scrupolo il materiale documentario e procedere successivamente alla selezione critica, basandosi esclusivamente su reperti reali, accertabili, da sottoporre al giudizio della ragione.
Di conseguenza, Erodoto si distacca, attraverso l’uso di un’indagine verificabile con gli strumenti della ragione, dalla leggenda per giungere allo studio critico di ciò che è realmente accaduto; da questo punto di vista, senza naturalmente richiedere all’opera erodotea un’impossibile scientificità, non può non essere riconosciuto all’autore lo sforzo di allontanarsi dal mito per affrontare la storia umana secondo un metodo sicuramente ancora impreciso e relativo ma a cui si deve l’avvio della scienza storica.
 
Per il tema che tra breve tratteremo è opportuno spendere ancora qualche parola a proposito della genesi compositiva delle Storie; tale genesi ha infatti suscitato tra gli studiosi una vera e propria questione erodotea, simile a quella omerica, sia pure di minore entità. Il problema consiste, essenzialmente, nel comprendere se Erodoto abbia cominciato a scrivere relazioni su ogni paese da lui visitato che poi ha unificato in un secondo tempo, oppure se fin dall’inizio abbia già avuto in mente il piano generale dell’opera. In particolare, l’articolazione della materia e soprattutto la frequenza delle digressioni ha fatto ritenere che l’opera non sia nata da un progetto unitario, ma sia il risultato della giustapposizione di unità narrative (i lògoi) nate autonomamente e incentrate su interessi etnografici e geografici, secondo l’uso dei logografi. Secondo altri studiosi, invece, Erodoto avrebbe inteso comporre una storia della Persia, della sua ascesa e delle sue vittoriose conquiste fino allo scontro con la Grecia; l’incontro dello storico con il mondo ateniese e le profonde suggestioni assorbite avrebbero poi determinato uno spostamento di interesse e le ampie digressioni. Va ricordato inoltre che il titolo “Storie” venne assegnato alla ricerca erodotea dai critici alessandrini, sulla base della parola istoria della frase iniziale; a loro si deve anche la suddivisione in nove libri, ad ognuno dei quali essi imposero il nome di una musa. Dal punto di vista della lingua utilizzata, Erodoto scrive in ionico, non privo di elementi attici, in un’ampia varietà di forme linguistiche e letterarie, uno stile definito dagli antichi stile variopinto.
 
Sappiamo che Erodoto aveva ideato un’opera sulla storia persiana con particolare riferimento alla etnografia e all’antropologia dei popoli con cui era venuto a contatto, ma, dopo essere stato ad Atene, cambiò il disegno dell’opera dando maggior peso alla vicenda storica del conflitto.
Una forte sensibilità antropologica di Erodoto è colta da una nota antropologa, Cecilia Gatto Trocchi: “Si è soliti far iniziare la riflessione antropologica con le Storie di Erodoto (…) Erodoto è considerato il fondatore della storia, della geografia e dell’antropologia, in quanto descrive nelle sue Storie i costumi, le tradizioni, le religioni, le abitudini di moltissimi popoli dell’antichità, con cui in parte era venuto direttamente in contatto. A lui dobbiamo implicitamente i due concetti fondamentali di etnocentrismo e di relativismo culturale. L’etnocentrismo considera la propria cultura come superiore alle altre per modi, stili, abitudini e tradizioni. Tale posizione è diffusa in tutte le etnie e tra i più diversi popoli, basterebbero i nomi di alcuni gruppi per dimostrare tale fatto. La maggior parte delle etnie infatti si autodefinisce come popolo degli uomini, escludendo automaticamente dall’umanità gli altri gruppi diversi dal proprio.”
 
L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal relativismo culturale: “Erodoto propone delle riflessioni che definiscono il relativismo culturale, ovvero la pluralità e le differenze tra stili di vita, ideologie e culture. Egli descrive sommariamente gli usi funerari degli indiani Galati, dicendo che è loro costume piangere il morto, disporlo sopra un tavolo su un bianco sudario, continuare i pianti e le lamentazioni, e poi cibarsi del corpo del morto per introiettare la sua forza e la sua anima. Questa usanza fa orrore a un greco, il quale come abitudine funeraria costruisce una catasta di legno, vi pone sopra il corpo del defunto, e brucia il tutto mentre organizza giochi ginnici intorno alla pira per onorare lo spirito del defunto, così come fece Achille per venerare Patroclo morto. Erodoto continua considerando che anche a un indiano galata farebbero orrore gli usi funerari dei Greci, che bruciano e disperdono il corpo del defunto. Da queste considerazioni possiamo ricavare due idee-guida: da un verso Erodoto mette in risalto la differenza delle usanze funebri, dall’altro ribadisce che in ogni società esistono modalità per segnare, marcare e sacralizzare il passaggio dalla vita alla morte. Abbiamo da un lato l’universalità delle usanze funerarie, dall’altro la particolarità specifica delle loro modalità”.
 
Quella proposta da Cecilia Gatto Trocchi è una chiave di lettura che può essere applicata a tutta l’opera erodotea: la contrapposizione tra una visione etnocentrica ed una visione relativistico-culturale rappresenta uno dei fili conduttori delle Storie.
 
Inoltre, per quel che concerne la visione relativistico-culturale, dall’analisi del passaggio ricordato dall’antropologa possiamo ricavare quello che potremmo definire un insegnamento:
“Poiché, se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta fra le varie tradizioni e li si invitasse a scegliersi le più belle, ciascuno, dopo opportuna riflessione, preferirebbe quelle del suo paese: tanto a ciascuno sembrano di gran lunga migliori le proprie costumanze.
Non è da pensare, quindi, che un altro, che non fosse un pazzo, potesse gettare nel ridicolo simili credenze. E che così abbiano sempre giudicato gli uomini tutti a riguardo degli usi, è possibile arguirlo da molte altre prove, ma in particolare anche da questa.
Dario, durante il tempo del suo potere, chiamati al suo cospetto i Greci che erano con lui, chiese loro a qual prezzo mai avrebbero acconsentito a cibarsi dei loro padri morti, ma quelli dissero che a nessun prezzo l’avrebbero fatto.
 
In un secondo tempo, Dario, fatti convocare quegli Indiani che sono chiamati Callati, e che hanno l’abitudine di mangiare i propri genitori, chiese loro, alla presenza dei Greci che, per mezzo dell’interprete, capivano ciò che si diceva, a qual prezzo avrebbero accettato di distruggere col fuoco i loro padri morti, ma quelli uscirono in alte grida e lo invitarono a non dire parole di cattivo augurio.
 
Così sono fatte queste tradizioni avite; e, secondo me ha detto bene Pindaro nei suoi versi che “la tradizione è regina del mondo.”
Evidentemente lo studio attento delle diversità nelle usanze e negli stili di vita suscitano nell’autore, o, almeno, così sembra, una riflessione circa l’assurda pretesa di imporre con la forza ad un popolo le usanze di altri; conseguentemente pare irragionevole la smania di unificare diversità di natura e di cultura.
 
Nel definire, sia pure per grandi linee, il metodo di Erodoto, non è possibile dimenticare uno degli aspetti essenziali di tale metodo: la comunicazione.
 
Comunicare è, per lo storico di Alicarnasso, parte integrante delle sue ricerche: egli, lo abbiamo visto, si serve di un materiale documentario in gran parte orale, che lo costringe a parlare, a comunicare appunto con persone appartenenti a popoli stranieri. Erodoto osserva una buona parte delle cose che descrive dall’interno, attraverso una verifica diretta o indiretta; in questo secondo caso ascolta dei testimoni, più o meno attendibili, certo, si serve di interpreti che talvolta non sono sufficientemente preparati, tuttavia, al di là del giudizio circa la scientificità del suo modo di operare, è innegabile un dato: egli si apre allo straniero, entra in contatto con l’altro.
 
Erodoto è una sorta di intellettuale itinerante, sempre rispettoso delle usanze dei vari popoli con cui entra in contatto e sempre assetato di conoscenza, raggiungibile, principalmente, attraverso veri e propri scambi culturali.
 
La concezione erodotea della conoscenza è presente, per esempio, in modo assolutamente evidente, nella vicenda raccontata nelle Storie dell’incontro tra Solone, famosissimo legislatore ateniese, e Creso, re di Lidia, fiero della sua potenza e della sua ricchezza:
“Per questi motivi, dunque, e anche per curiosità, avendo lasciato il suo paese, Solone si recò in Egitto presso Amasi e poi anche a Sardi da Creso. Quivi giunto, fu ospitalmente accolto dal re nella reggia.
 
Due o tre giorni dopo il suo arrivo, per ordine di Creso stesso, dei servi condussero Solone per le sale del tesoro e gli mostrarono che tutto era splendido e fastoso.
 
Quando egli ebbe visto e osservato con tutta comodità ogni cosa, Creso gli rivolse questa domanda: “Ospite di Atene, poiché è giunta fino a noi grande fama di te, della tua saggezza e dei tuoi viaggi, che, cioè, per amore del sapere tu hai con cura visitato gran parte della terra, ora mi è venuto il desiderio di domandarti se tu hai già visto un uomo, che sia il più felice del mondo”.
Questo egli domandava nella segreta speranza di essere lui stesso indicato come il più felice degli uomini; ma Solone, lontano da ogni adulazione e badando solo alla verità, rispose: “Sì, o re: Tello di Atene”.
C’è chi ha visto, a questo proposito, nella vicenda di Solone e Creso il primo riferimento a una attività filosofica (ci si riferisce, in particolare, all’uso della parola philosopheon inteso come gusto della saggezza): “Si percepisce, a questo punto, che cosa rappresentino la saggezza e la filosofia. I viaggi intrapresi da Solone non avevano altro scopo se non quello di conoscere, acquisire un’ampia esperienza della realtà e degli uomini, scoprire nello stesso tempo contrade e costumi diversi. Si noterà, a questo proposito, come i presocratici abbiano indicato la loro attività intellettuale come historia, ossia ricerca. Una simile esperienza può fare di colui che la possiede un buon giudice della vita umana. Ecco perché Creso chiederà a Solone quale sia, a suo avviso, l’uomo più felice. Solone risponderà che nessun uomo potrà essere considerato felice fino a che non si sia vista la fine della sua vita”.
 
A onor del vero, Erodoto ci fornisce una seconda motivazione dei viaggi di Solone:
“Fra gli altri, venne anche Solone di Atene; il quale, dopo aver dato le leggi agli Ateniesi che le richiedevano, si era allontanato dal suo paese per 10 anni, mettendosi in mare sotto il pretesto di voler vedere un po’ di mondo; ma in realtà per non essere costretto ad abrogare qualcuna delle leggi che aveva promulgato. Né gli Ateniesi potevano far ciò di loro iniziativa, poiché s’erano vincolati con solenni giuramenti a osservare per 10 anni le leggi che Solone avrebbe proposto.”
Comunque sia, ci è possibile riscontrare la presenza di un percorso di conoscenza che può essere riferito non solo a Solone ma allo stesso Erodoto; a fondamento di questo percorso abbiamo il viaggio, l’incontro con l’altro, nell’ambito di una relazione che è, di per sé, comunicazione.

2) La discussione politica

In un suo volume, Massimo Bonanni, ricordando la lezione di un grande studioso di storia greca, Moses Finley, il quale pose il problema dell’“invenzione del politico,” afferma che “nessun popolo come gli antichi greci seppe fare della discussione un autentico modo di vivere: per questo si può dire che essi scoprirono la politica.” Diventa fondamentale, perciò, il “passaggio teorico in cui la scoperta della discussione determina il sorgere di quello spazio in cui il politico si costruisce in problematica tensione tra il comandare e il discutere.”
Bonanni non si occupa di Erodoto; oggetto della sua indagine è l’epica omerica, trasportata sul piano della teoria politica. Tuttavia, partendo dalla stretta connessione esistente tra discussione e politica, si può riscontrare la presenza nelle Storie di questo elemento, la discussione appunto, che costituisce il fondamento della comunicazione politica. Ma è davvero possibile parlare di comunicazione politica in Erodoto?
 
La risposta è positiva: esiste l’idea del confronto di opinioni, della discussione e dell’argomentazione; ed è possibile andare oltre, individuando, in taluni passaggi, l’uso della retorica, intesa come potere di persuadere.
 
Per quel che concerne il rapporto tra la comunicazione politica e la retorica, Gianpietro Mazzoleni scrive: “La storia della comunicazione politica inizia nello stesso momento in cui la filosofia greca comincia a riflettere sul potere, sull’autorità, sulla democrazia. Per la prima volta nel mondo occidentale viene posto e discusso il problema dei rapporti politici tra membri di una comunità, e dunque per la prima volta si tocca il problema della comunicazione tra gli stessi membri, tra i vari strati sociali che compongono la polis. Né Platone, né Aristotele usano mai il termine di comunicazione, ma era ben presente nella loro osservazione e nell’analisi della realtà politica del loro tempo un tema che venticinque secoli dopo ancora rappresenta un problema aperto: l’effetto del discorso persuasorio sul pubblico dei cittadini. Era cioè argomento di dibattito tra i filosofi greci il potere della retorica.”
 
Mazzoleni ricorda la risposta che Platone fa dare da Gorgia a Socrate che lo interroga su cosa sia la retorica: “Quando si tratta di questi argomenti cui tu, Socrate, accennavi (la decisione di Pericle di costruire un muro ad Atene), è appunto l’oratore che dà un consiglio; colui che ben sa parlare e che, per questa sua abilità, ha in mano la cosa politica, insomma il retore. Ed è il retore che su questi argomenti fa trionfare la propria opinione”.
 
Le conclusioni di questo autore, sociologo della comunicazione, confermano quanto si è visto in precedenza a proposito dell’invenzione della discussione: “La retorica era l’arte della persuasione tout court (e come tale fu insegnata con successo nelle scuole dall’antichità greco-romana fino all’epoca moderna); ma le sue tecniche furono applicate naturalmente alla politica, l’attività più significativa della vita della polis, come si evince dal discorso di Gorgia. Pur non negando il valore della violenza (che condannano), i pensatori greci attribuiscono alla dialettica, alla retorica, alla sofistica un ruolo fondamentale nel determinare la qualità e la direzione dei rapporti di forza e della lotta per il potere nella società. È attraverso queste arti della comunicazione che i cittadini si scontrano, discutono, impongono questa o quella posizione, collaborano, decidono, fanno cioè politica. Si può dunque affermare che la comunicazione politica, quale forma civile di interazione politica, precede la stessa riflessione sul suo uso e i suoi abusi, laddove nasca un embrione di organizzazione sociale di carattere urbano e di natura democratica, com’è avvenuto nelle agorà delle città-stato dell’antica Grecia.”
In Erodoto troviamo un notevole numero di dialoghi, spesso sorretti da articolate argomentazioni, miranti a convincere l’interlocutore; e la cosa non avviene soltanto in relazione a temi politici (basti pensare, ad esempio, al dialogo tra Solone e Creso).
 
La discussione è uno strumento di conoscenza, serve, attraverso il confronto di punti di vista diversi, a giungere a decisioni sagge; è quanto emerge dalle parole che lo storico di Alicarnasso fa pronunciare ad Artabano, zio paterno di Serse:
“O re, se non si esprimono dei pareri contrari tra loro, non è possibile, facendone una scelta, adottare il migliore. È giocoforza attenersi a quello che è stato proposto; invece è possibile farlo quando questi pareri siano stati manifestati come per l’oro: non possiamo riconoscere quello che è puro guardandolo isolatamente, ma quando lo passiamo sulla pietra di paragone accanto ad altro oro, allora sì che possiamo distinguere il migliore.”
In queste righe è condensato il senso profondo del discutere, il fine ultimo della discussione; e questa impostazione è una costante dell’opera erodotea.
 
Tuttavia, essendo praticamente impossibile, in questa sede, considerare tutti i dialoghi presenti nelle Storie, concentreremo la nostra attenzione su ciò che, in base a quanto affermato in precedenza, può essere fatto rientrare nell’alveo della comunicazione politica (anche da questo punto di vista ci limiteremo ai passaggi più importanti, maggiormente rivelatori).
Esiste, in particolare, un dialogo che ha per protagonisti sette alti dignitari persiani (ma i veri protagonisti sono tre), che, morto Cambise e spodestato il mago usurpatore, si riuniscono per discutere del regime futuro del regno. Otane parla a favore della democrazia, Megabizo a favore dell’oligarchia e Dario, che alla fine prevale, a favore della monarchia:
“Quando il tumulto fu sedato e furono trascorsi cinque giorni, quelli che si erano ribellati ai Magi deliberarono sulla situazione generale e si tennero dei discorsi, incredibili, forse, per alcuni Greci, ma che tuttavia furono veramente pronunciati.
 
Otane consigliava di introdurre fra i Persiani il governo popolare, adducendo queste ragioni: “Io sono del parere che non debba più uno di noi farsi padrone assoluto, poiché non è cosa né bella né buona. Voi, infatti, avete visto fino a qual punto è arrivata la tracotanza di Cambise e avete sperimentato anche la prepotenza del Mago. E come potrebbe essere un governo ben ordinato il dominio d’un solo, se egli può fare quello che vuole, senza rendere conto ad alcuno? Poiché anche l’uomo migliore del mondo, investito di questa autorità, si troverà al difuori del consueto modo di pensare. Per l’abbondanza dei beni che lo circondano, mette radici in lui l’orgoglio, mentre in ogni uomo è radicata per natura l’invidia fin dalla prima origine e quando uno possiede questi due vizi, racchiude in sé ogni perversità: infatti molte ed empie azioni egli compie perché gonfio d’orgoglio, altre perché roso dall’invidia.
 
“Eppure, il tiranno almeno dovrebbe esser libero dall’invidia, dato che possiede tutti i beni; invece, di fronte ai suoi concittadini dimostra tutto il contrario: in verità, suole invidiare i migliori che ancora restano e sono in vita. Si trova a suo agio con i peggiori fra i cittadini e non c’è chi lo superi nell’accogliere le calunnie.
 
“La più assurda delle istituzioni, poiché se lo lodi con moderazione, si offende perché non è troppo onorato; se gli fai una corte assidua, si adira perché ti ritiene adulatore. Ma il più grave è quello che sto per dire: egli sconvolge le istituzioni patrie, fa violenza alle donne e manda a morte senza regolari giudizi.
 
“Invece quando è il popolo che detiene il comando, in primo luogo il governo ha il nome più bello d’ogni altro: uguaglianza di diritti; poi, non commette nessuno di quei soprusi che compie il monarca; le cariche pubbliche si ottengono per sorteggio; il governo è soggetto al rendiconto e tutte le decisioni sono prese in comune.
 
“Io propongo, quindi, che noi rinunciamo alla monarchia, per dare forza al governo popolare poiché nella maggioranza c’è la fonte d’ogni diritto.”
 
Questa l’opinione che sosteneva Otane.
 
Megabizo, invece, consigliava di affidare gli affari a un’oligarchia e parlava in questo modo: “Quello che Otane ha detto nell’intento di abolire la monarchia, consideratelo detto pure da me; ma quando egli vi consigliava di deferire il potere al popolo, era ben lontano dall’opinione più giusta, poiché non v’è nulla di più stolto e di più insolente d’una folla buona a nulla.
“Tuttavia che gli uomini, per sfuggire alla prepotenza d’un tiranno, debbano cadere nell’insolenza d’un popolo sfrenato non si può assolutamente tollerarlo: poiché se il tiranno fa qualcosa di male, lo fa a ragione veduta, ma il popolo non ha nemmeno la capacità di conoscere.
“D’altra parte, come potrebbe averla dal momento che non è stato istruito, che non ha mai visto nulla di buono che sia suo e sconvolge gli affari, su cui si getta senza discernimento, simile a un fiume impetuoso? Ordunque al governo di popolo s’attacchino quelli che desiderano il male dei Persiani; ma noi, scelto un gruppo degli uomini migliori, affidiamo ad essi il potere, poiché tra questi saremo pure anche noi ed è naturale che le deliberazioni degli uomini migliori siano senza dubbio le migliori.”
 
Megabizo, dunque, sosteneva questo parere; terzo, fu Dario a esporre quello che pensava con queste parole: “Per conto mio, le ragioni addotte da Megabizo contro il potere popolare sono giuste; non così, invece, quello che egli ha detto sull’oligarchia. Poiché, delle tre forme di governo che a noi si offrono e che per ipotesi consideriamo tutte nelle condizioni ideali, e cioè un governo popolare perfetto, un’ottima oligarchia e un’ottima monarchia, io affermo che quest’ultima è di gran lunga la migliore.
 
“Nulla, infatti, ci può apparire migliore del comando di un uomo solo, se questo è ottimo; poiché, valendosi appunto d’un ottimo consiglio, può governare il popolo in maniera irreprensibile, e solo così potranno rimanere segrete al massimo le decisioni che riguardano i nemici.
“Nell’oligarchia, invece, poiché sono molti che fanno sfoggio delle proprie qualità per il comune interesse, sogliono sorgere violente inimicizie private. Infatti, volendo ciascuno primeggiare e far trionfare la propria opinione, si arriva a gravi rivalità vicendevoli: dalle rivalità nascono le sedizioni; dalle sedizioni le stragi e dalla strage si finisce nel comando d’un solo. Anche in questo si dimostra quanto tale forma di governo sia di tutte la migliore.
“Quando, al contrario, il potere sia in mano al popolo, è impossibile che non vi si sviluppi la malvagità e quando la malvagità prende piede nei pubblici affari, non sorgono già tra malvagi le inimicizie, bensì violente amicizie. Poiché quelli che rovinano lo Stato, lo fanno cospirando tra loro. E questo avviene finchè un uomo, postosi a capo del popolo, non metta fine alle trame di tali individui: per questo, appunto, quest’uomo si attira l’ammirazione del popolo e, ammirato, viene poi proclamato signore assoluto. Così, anche in questo caso si dimostra che la monarchia è la forma migliore di tutte.
 
“E per raccogliere tutto in una sola parola, donde è venuta a noi la libertà? Chi ce l’ha data? Ci è venuta dal popolo, dall’oligarchia o dalla monarchia?
 
“Io sono, dunque, del parere che noi, liberati per il merito d’un solo uomo, dobbiamo aver cura di tale forma di governo e, anche senza di questo, non dobbiamo abbattere le patrie istituzioni che sono saggiamente stabilite, poiché non ne avremmo alcun vantaggio”.
Siamo di fronte ad un vero e proprio dialogo sulle forme di governo, il primo, oltretutto, ad utilizzare il metodo della comparazione. A tal proposito scrive Jean-Jacques Chevallier: “Si può far risalire ad Omero la riflessione tradizionale sui pregi di un regime o governo monarchico, di un governo aristocratico, di uno democratico o di una forma mista. Ma bisogna attendere Erodoto per trovare riuniti ai fini di una comparazione metodica gli elementi sparsi che erano frutto di tale riflessione.
 
La monarchia patriarcale dei poemi omerici, destinata a cedere il posto ad un’aristocrazia che essa altro non faceva che coprire di privilegi, era pur sempre una forma di governo profondamente diversa dalla monarchia di tipo orientale, che era assoluta, di diritto divino così come lo era stata la monarchia micenea pre-ellenica con i suoi re, signori onnipotenti di una burocrazia onnipresente. I versi dell’Iliade, tanto spesso citati, sulla divisione dell’autorità ossia del potere di comando, divisione che è giudicata cosa cattiva (…) non riguardano che la guerra e l’esercito. Il diritto al consiglio che era proprio dei grandi del regno ossia dei re inferiori limitava in modo notevole (…) la monarchia omerica.”
 
Ma non si tratta soltanto di una comparazione metodica, si scorge, nelle argomentazioni dei tre persiani, una sapiente costruzione del discorso: proviamo ad analizzare da vicino i tre interventi.
Otane, che si dichiara fautore della democrazia, cioè del regime dei molti, rifiuta il potere di una sola persona, la monarchia; egli si chiede come possa essere considerato ben ordinato quel regime in cui ad un capo supremo, ad un detentore unico del potere venga concesso di fare tutto senza rendere conto a nessuno del proprio operato.
 
Una situazione di questo tipo genera inevitabilmente l’eccesso (l’hybris), il bisogno di sentirsi adulato, la diffidenza. Non può esistere un regime monarchico sano in quanto il potere assoluto è in grado di corrompere anche gli uomini migliori; a tale regime Otane imputa pure lo sconvolgimento delle tradizioni, le condanne a morte arbitrarie e la violenza sulle donne.
Astutamente, dopo aver dipinto a tinte fosche la monarchia, passa a descrivere il regime opposto, quello che ha il nome più bello: isonomia, ossia regime dell’eguaglianza di tutti di fronte alla legge.
 
L’esaltazione del governo del popolo viene fatta ponendo l’accento sui due principi della responsabilità dei magistrati e del potere della maggioranza. Infatti, in un regime democratico, ricorda Otane, i magistrati sono designati dalla sorte e ognuno di essi deve rendere conto del potere che gli è stato affidato; l’assemblea (sovrana) dei cittadini esprime un giudizio su ogni decisione. Tutto trova il suo fondamento e la sua legittimità nel volere dei più:
 
la maggioranza è la fonte di ogni diritto.
 
Megabizo, il secondo persiano, concorda nel disapprovare il conferimento del potere ad una sola persona, non è d’accordo sul fatto che il potere sia lasciato al popolo. Per argomentare questa sua opinione definisce la moltitudine insolente, incapace, propensa al capriccio del momento; giunge persino a considerarla peggiore della tirannia, in quanto un tiranno agisce almeno con cognizione di causa. La moltitudine quindi non sa nulla, non vede nulla, sconvolge come un fiume impetuoso qualsiasi cosa, ed è incapace di riflessione.
A questo punto Megabizo indica quello che per lui è il migliore dei regimi e cioè la forma di governo aristocratica, che vede al potere i migliori; costoro sono i soli che hanno le qualità adatte a scegliere bene.
 
L’impressione che si ha è che l’argomentazione utilizzata per sostenere la causa aristocratica resti nel complesso piuttosto debole; inoltre è sospetta la frase di Megabizo in cui si afferma:
“…ma noi, scelto un gruppo degli uomini migliori, affidiamo ad essi il potere, poiché tra questi saremo pure anche noi ed è naturale che le deliberazioni degli uomini migliori siano senza dubbio le migliori.”
 
In questo è ravvisabile un evidente interesse personale.
 
Dario, senza ombra di dubbio, appare il più convincente: egli rifiuta sia la proposta di affidare il potere ai presunti migliori, sia quella di instaurare un governo del popolo. Il suo favore va alla forma di governo monarchica, intesa però non come monarchia dispotica, ma come regime monarchico gestito con correttezza e senso di giustizia.
 
Il futuro re dei Persiani dimostra di essere un abilissimo argomentatore soprattutto quando pone sullo stesso piano le tre forme di governo, fingendo così di paragonarle tra loro; egli ipotizza una democrazia, un’aristocrazia e una monarchia perfette, sottolineando però in modo chiaro che ciascuna delle tre forme corre il rischio di degradarsi, in particolare a causa dell’hybris.
Il confronto ha un esito non solo prevedibile, ma, potremmo dire, pilotato:esso pone in risalto la netta superiorità del regime in cui il potere è nelle mani di uno solo, purchè questi sia buono.
Dario, inoltre, non si limita ad esaltare la figura del re virtuoso in grado di “governare il popolo in maniera irreprensibile” e di fare in modo di mantenere “segrete al massimo le decisioni che riguardano i nemici,” ma enuncia una sorta di teoria circa la successione dei regimi politici. È di questo parere anche il già citato Chevallier: “E questa sua argomentazione viene poi a confortare un’opinione ingegnosa sulla inevitabile successione dei regimi politici. È inevitabile che l’oligarchia perisca ad un certo momento a causa delle discordie intestine tra i suoi membri, dato che ognuno di essi vuole avere il predominio e concepisce odio per i rivali fino a spingersi alla loro eliminazione violenta. Allora, da un assassinio all’altro, va a finire che resta il potere in mano ad uno solo e cioè si impone la monarchia; e questo dimostra che la monarchia è la migliore forma di governo. Con la stressa inevitabilità, la democrazia è condannata a generare la disonestà e, quindi, essa viene ad essere lacerata dai conflitti tra i malvagi ossia dai complotti che mirano alla rovina della cosa pubblica.” In altre parole, la monarchia è la soluzione di tutti i problemi e il re è una specie di salvatore della patria; nel discorso di Dario è presente la figura dell’uomo dotato di qualità superiori, dell’uomo forte, potremmo dire:
“E questo avviene finchè un uomo, postosi a capo del popolo, non metta fine alle trame di tali individui: per questo, appunto, quest’uomo si attira l’ammirazione del popolo e, ammirato, viene poi proclamato signore assoluto. Così, anche in questo caso si dimostra che la monarchia è la forma migliore di tutte.”


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27/10/2008 20:17 commenti (0)