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SENSITIVO : Il Malocchio Racconti di JETTATURA

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                         Racconti Veri : di JETTATURA


Naturalmente queste sono tutte informazioni antiche di credenze popolari



sabato, 28 aprile 2007
 
Come ho imparato a credere alla jettatura e vivere felice (una storia vera)
 
 
Molto più  nobili scrittori  hanno trattato di questo controverso tema: i tragici greci, Pirandello, Eduardo e tanti altri ancora.
Questa mia cialtronata non vuol essere un trattato teorico sulla iettatura, sfiga o jella che dir si voglia ma solo una esemplificazione pratica di essa attraverso il racconto un personaggio del genere  con il  quale ho avuto la sventura di imbattermi.
 
La ragione dice che la jettatura non esiste ed io sono razionale, ma ditemi dopo avere letto queste righe, se qualcuno dotato di ragione, può negarne l’esistenza.
 
 
L’INNOMINATO DELL’ALTA  VAL D’ADIGE


Quando sono arrivai a Bolzano alla fine del 1971, giovane e di belle speranze, tolsi, inconsapevolmente lo sottolineo, l’incarico ad un vecchio funzionario dell'INPS che l’aspettava da anni.
 
Il  brutto è  che  viene lasciato nell'ufficio come mio vice e siamo costretti a lavorare insieme.
Siamo agli antipodi io giovane, lui vecchio (più  o meno alla soglia della pensione), io meridionale,  lui un ibrido tra un’austriaca  ed un ferrarese che, all’epoca del
Opzioni, aveva scelto la Germania (tanto è vero che durante la guerra aveva indossato la divisa della Wermacht), le nostre idee politiche sono ovviamente agli antipodi, io sono il suo capo e lui non digerisce la cosa.
 
All’inizio le cose vanno abbastanza bene se si fa eccezione che  di tanto in tanto mi tiene nascosti documenti importanti.
 
In ufficio il soggetto è mal visto  ed è sempre solo. Cerco di fare amicizia e gli strappo solo qualche parola stentata.
 
Poi cominciano tutta una serie di piccoli incidenti.
 
Va a fuoco uno sgabuzzino alle spalle del mio ufficio.
 
Scendendo  di corsa il grande scalone che dal primo piano al salone a piano terra non mi accorgo che la grande porta di cristallo è chiusa e mi  ci si infilo dentro …. Per fortuna il cristallo è infrangibile ma dopo 30 anni ho ancora una piccola cicatrice sulla gobba del naso.
 
Elena, la mia segretaria,  che ha  trovato i documenti nascosti dal soggetto,  viene investita da un portellone di un grosso archivio metallico e si rompe la gamba sinistra.

Durante una cena di  festeggiamento ad un collega che andava in pensione trovo l’unico frutto di mare infetto e mi becco una intossicazione da Guinnes dei primati.

Non parliamo dei problemi di salute di mia figlia nata da pochi mesi: da una banalissima otite saltano fuori un mare di complicazioni, bronchite, eczema, addirittura ci fu "una capra" che  diagnosticò una gamma globulinemia congenita (per capirci assenza di anticorpi).
Questi i più grossi, ma vi sono anche altri episodi  di minor rilevanza di cui non occorre dar conto nel dettaglio (tipo cielo che annuvola all’improvviso, debolezza congenita dei copertoni della mia macchina, documenti importanti sui quali cade una tazza di caffè lontanissima)
 
Per la mia giovinezza e razionalità non attribuisco alcun significato  sopranaturale a questi eventi  benché sul lavoro percepissi allusioni e sguardi di compassione.
 
La mia segretaria è ancora in ospedale: quella frattura non guarisce.
 
La vado a trovare ed è molto abbattuta. Mi fa cenno  di avvicinami  e mi mormora :"è tutta colpa sua, quel maledetto, secca le piante,  è tremendo. A  Salorno nel suo paese nessuno osa  avvicinarsi alla sua casa. Se non ci mette niente di suo fa  disastri. Figurati ora che ti odia. Cerca di difenderti" .Le sorrido “Ma Elena ma cosa vai a pensare, la jettatura! Vuoi dire che…”  Elena mi mette la mano davanti alla bocca:“Non dire il suo nome”
 
Tornando in ufficio continuo a sorridere ma le parole di Elena mi frullano nella mente ed inizio a vedere le cose da un altro punto di vista. In effetti il soggetto (vedete sono passati più di trent’anni e non oso nominarlo) ha una aria iettatoria: veste di scuro, non sorride mai, ha una voce profonda e cupa, il colorito grigiastro, i folti capelli neri  imbrillantinati pettinati all'indietro, spessi occhiali da miope, la fronte bassa.
 
Cerco di dimenticare la cosa ma inizio ad evitarlo e mi sforzo di non polemizzare con lui anche se me ne da occasione ogni momento.
 
E’ un venerdì 17 e sono molto preoccupato. Per tutta la mattina  il soggetto cerca lo scontro, mi contraddice, finge di non capire le cose che gli dico, continua a borbottare su ogni cosa,  ma cerco di mantenermi calmo. Quando però mi porta una tabella, da consegnare in direzione elaborata a modo suo ed inutilizzabile,  perdo le staffe ed inizio ad urlare. Lui gelido e senza scomporsi: "Maledetti napoletani, ci avete invaso, vi siete preso tutto,  ma presto finirete fuori strada".
 
Mi lascia li impalato senza parole  e se ne va.
 
Come è finita ?
 
Bene per me ! A noi di Napoli e chi ci ammazza?
 
Il soggetto ritornando a casa con la sua macchina, sull’autostrada del Brennero  viene investito da un autotreno che  aveva saltato lo spartitraffico .
 
Conseguenze: Auto distrutta, fratture multiple, quattro mesi di ospedale.
 
Non l’ho più rivisto, uscito dall’ospedale andò in pensione.
 
Ma la maledizione era arrivata a destinazione!
E si ! L’autotreno era targato Napoli e l’autista era napoletano.
 
Ah dimenticavo di dire che dopo questo singolare incidente tutti i problemi di salute di mia figlia si risolsero in poche settimane.
 
Marugj, gli scongiuri deI re Borbone e la jettatura ai tempi della Pimentel
 
di Manuela Piancastelli in: “Il Mattino”, 18 marzo 2003
 
Luigi Pirandello, da uomo del Meridione, ci credeva al punto da scrivere una commedia «La patente» che riprende "pari pari" la definizione di Nicola Valletta, ch' egli evidentemente ben conosceva, ricordato dai posteri molta più per la sua Cicalata sul fascino, volgarmente detto jettatura che per i faticosi studi di giurista. E' Valletta difatti, a dividere la jettatura fra patente e occulta.
La "patente" è quella "di cui s'intende la cagione senza conoscerne la maniera colla quale opera", quella occulta invece, per sua natura più subdola, è quella "la cui cagione s'ignora”.
Anche Gian Leonardo Ma­rugj, appassionato sostenitore della Repubblica Partenopea del 1799, viene ricordato più per i Capricci sulla jettatura (ora ristampati da Filo editore con la divertente e raffinata prefazione di Pietro Gargano, pp. 128, euro 9) che per le sue interpretazione del sensismo di Locke (di cui tradusse il De intellectu humano).
Così come, in tempi più recenti, dello scomparso presidente Leone nell'immaginario collettivo è rimasto scolpito il gesto con le famose corna che tanti anni dopo ha ripetuto goliardicamente Berlusconi facendo parlare i mass media per giorni e giorni.
Potenza delle corna, verrebbe da dire.
E della jettatura. Cui tutti, chi più chi meno, crediamo.
Quale uomo o donna del Sud, dinanzi a uno sguardo sguincio, non tocca ferro (per usare un eufemismo), chi non ha mai regalato o ricevuto un cornetto beneaugurante (che non va mai acquistato, come è noto) o avuto la tentazione di toccare "casualmente" le spalle di un gobbo? Pietro Gargano, che nella prefazione ha raccolto e commentato con la giusta ironia che materia richiede, episodi di jettatura, ricorda come Ferdinando di Borbone ritenesse l'abate Galiani un tale jettatore da accoglierlo, nella reggia di Portici, con un vero e proprio
bombardamento di cornetti rossi e talmente menagramo il canonico De Jorio, da rifiutarsidi riceverlo per 15 volte consecutive.
Mal gliene incolse alla sedicesima, quando nonostan­te la "patente", acconsentì a farlo entrare nella sua stanza.
Appena uscì, Sua Maestà fu colpito da fatale colpo apoplettico.
Forse, non la sapremo mai, le cronache del tempo glissarono su indice e mignolo reali tesi in un disperato, inutile gesto salvifico.
Di jettatura, fascinazione, occhio e malocchio, si sono occupati antropologi famosi da De Martino a Lombardi Satriani e, in tempi recentissimi, alcuni artisti che hanno dato vita, sul tema, ad una serie di opere esposte (of course) proprio a Napoli.
La superstizione produce sempre ottimi affari: maghi, fattucchiere e cartomanti si arricchiscono ieri come oggi alle spalle di individui con personalità deboli.
E non è vero che simili pratiche siano solo appannaggio di persone culturalmente e socialmente ai margini.
ra superstizioso in maniera patologica Federico II di Svevia, uomo di scienza e fondatore dell'Università, che fece murare tutte le finestre ottagonali per evitare un'oscura profezia ( ma alla fine morì in una stanza dove ce n'era una nascosta) e lo sono attori, intel­lettuali e politici che si fanno seguire dal santone di turno.
E’ certo qualche dubbio vie­ne anche a noi: Fulvio Filo Schiavoni, editore di questo libro, ci ha confidato che mentre stava dando alle stampe i Capricci sulla jettatura, più di un improvviso e lunghissimo black‑out elettrico ha bloccato la tipografia in quel di Manduria.
E ha snocciolato, uno dietro l'altro, molti piccoli episodi “negativi” esorcizzati a suon di cornetti, toccate di ferro e quant'altro la contro jettatura meridionale ha saputo, nei millenni inventare.


La jettatura
 
 
 
« Morirai domani alle 14.15 ». Compare Carmelo sudava freddo mentre ascoltava il verdetto della vecchia fattucchiera. Di Rocco Chinnici
10 AGOSTO 2004
 
 
 
Per la serie "non solo Genova", ecco un racconto di Rocco Chinnici commediografo-drammaturgo siciliano, tratto dalla commedia brillante A jittatu'ra.



A Carmelo, dal viso cereo, il sudore grondava dalla fronte e gli inumidiva la camicia di flanella, da poco comprata dalla moglie Santuzza alla fiera del paese col ricavato della vendita di due grossissimi capponi, due galletti che, nati nella schiusa di marzo e castrati a giugno, in quel mese di settembre, giorno di fiera, già pesavano quattro chili ciascuno.

Il suo sguardo fissava il vuoto, cercava di intravedere colei che d'un colpo gli aveva tolto, quasi negato, il diritto di continuare a vivere quella serena e tranquilla vita nel suo paesino di Belmonte Mezzagno; tranquilla per modo di dire! Il lavoro nei campi lo impegnava dall'alba al tramonto: la vite da potare, il mandorlo, gli uliveti, preparare il semenzaio.
La sera, stanco, doveva persino governare l'asino e la capretta "Concettina", così preferì chiamarla il giorno che l'acquistò da un allevatore di Santa Cristina, un paesino dei dintorni che conta pochissime anime.
Sudava, sudava e bisbigliava terrorizzato: «Morirai domani alle 14,15! Domani», continuava a ripetere. Neanche 24 ore di tempo gli rimanevano oramai da vivere.
Santuzza dovette recarsi in chiesa per la messa di zio Lorenzo, era già passato un mese da poi che egli ebbe a lasciare il paese per andare all'altro mondo.
Ma quale, di quei mondi a noi lontani, avrebbe potuto accogliere l'anima di quella persona greve e gretta di Lorenzo.
Aspettò ancora un po'; poi, raccolte le forze rimastegli, si recò da compare Peppe a cercar conforto e a farsi aiutare ad organizzare, con l'umile stile che è dei poveri, i suoi oramai prossimi e presunti funerali.
L'orologio della chiesa Madre batteva le 12 scandendo il ritmo del mezzogiorno. Da Peppi non rispondeva nessuno: bussò ancora, e ad aprire venne comare Minica con le maniche rimboccate; un vecchio e grande grembiule avvolgeva quell'esile figura di donna dai capelli trasandati, sempre indaffarata nelle pulizie domestiche, il primo premio se lo sarebbe certamente aggiudicato se don Giuseppe, il parroco del paese, oltre che per il miglior presepe avesse messo un premio per la casa più pulita.
Appena aperta la porta, Minica si preoccupò subito del compare che era sudato e aveva un colorito strano. «Entri, compare, cosa le è successo? Che ha? Aspetti che chiamo Peppe, è ancora a letto il dormiglione!».
 
Carmelo si sedette tutto d'un peso sulla poltrona dal colore verde rame messa lì, in un angolo di quella stanza dal pavimento ancora umido e le sedie rivolte sul tavolo.
 
Guardava continuamente il vecchio orologio da taschino, avrebbe voluto fermarle con tutta la forza dell'anima quelle lancette che incessantemente continuavano a battere il tempo.
 
«Compare Carmelo!», fece Peppe ancora morto di sonno. «Cosa vi è preso, per essere di buon mattino a casa mia?».
 
«Buon mattino!», ribatté la moglie adirata per quelle lunghe e continue dormite del marito.
«C'è gente che s'è già guadagnato il pane a quest'ora! Altro che buon mattino!». Peppe non le dava più ascolto, s'era abituato a quelle continue lagnanze della moglie.
«Su, compare, raccontatemi cosa vi è successo».
 
«Avreste dovuto vederla la 'gna Maruzza, quella vecchia fattucchiera», prese a narrare il compare terrorizzato: «Passava per strada un gatto.
Solo miaooo fece il povero animale, e quella, guardandolo con l'occhio malefico, e chiamandolo perfida bestia, gli gridò che doveva morire.
Sembrò un tuono, una macchina parve chiamata di proposito e zamt!!! Morì schiacciata, la povera bestia! Queste non sono fesserie compare, due giorni ho da vivere, oggi e domani!».
 
«Ma no, compare, cosa andate dicendo! Sarà stato il caso a volere che il gatto morisse; ma voi, voi che c'entrate in tutto questo?».
 
«Che c'entro, dite? Dovevate vederla, sembrava una pazza, mi guardò con quegli occhi che sembravano volessero uscire fuori dalle orbite, e, additandomi, mi chiamò citrullo e mi ha detto che morirò domani alle 14,15!».
 
«Certo, compare, non è bello sentirsi dire per strada che si hanno due giorni di vita, ma io che posso fare? Se potessi non una, ma due ve ne darei di mano».
 
Minica ascoltava pensierosa quella strana storia, poi pensò di intervenire. «Sentite che facciamo: lei, compare, quand'è che dovrebbe morire?».
 
«Domani, domani alle 14,15!», rispose il compare, quasi piangendo.
 
«Tu, Peppe, arriva alla camera del lavoro, e cerca di Concetta: si dice che ne sappia una più del diavolo, vediamo cosa ci consiglia per compare Carmelo».
 
«Cosa?», fece Peppe sbalordito, «io, alla camera del lavoro? Andare lì per farmi sentir dire che sono una sanguisuga, ma quando mai!»
 
«Non è che hanno torto!», fece compare, «non è che sia tanto corretto vivere alle spalle del prossimo!».
 
«Ma tu guarda questo morto vivo, sa di dover morire da un momento all'altro, e ha questi rimorsi di coscienza. Compare, non ditemi d'esser contento d'aver fatto una vita sempre a lavorare?».
«Veramente non lo so, non so che rispondervi». Fece compare Carmelo.
«Ecco!», fece lesto Peppe alla moglie, «vedi? Non lo sa! Ed io, nell'incertezza, dovrei vivere col dubbio s'è giusto o no? Ma quando mai, compare, bisogna essere tranquilli, siamo in democrazia! Bisogna rispettare le idee degli altri, e allora che lavorino, io no!».

Si sente bussare alla porta. Minica va ad aprire, è Santuzza, preoccupata, in cerca di Carmelo, il quale suggestionato da quanto proferitogli dalla fattucchiera, s'era abbandonato sulla vecchia poltrona in attesa che si facessero le 14,15 e poter partire alla ricerca di quei mondi e dello zio Lorenzo, al quale era molto legato. Peppe, per evitare rimproveri dalla moglie davanti alla comare, uscì a cercare Concetta. Le ore volavano via, tra il pianto di Santuzza e i conforti di Minica, mentre Carmelo diventava sempre più cereo e tremava dal freddo, tremava e pregava la Madonna di accoglierlo accanto a lei; era molto devoto alla Vergine: da piccolo, quando andava a letto, la nonna gli aveva insegnato una breve preghiera, ed egli, prima d'addormentarsi, la ripeteva sempre: «Io mi corico in questo letto, con Gesù dentro il mio petto; se io dormo, Egli veglia e se c'è qualcosa mi risveglia». Per cosa avrebbe dovuto svegliarlo ora la Madonna! La morte non è un breve sogno, ma un lunghissimo sonno, un sonno privo di coscienza e volontà, dove l'anima vive nella tranquillità assoluta in attesa di potere assaporare un nuovo corpo che andrà ad abitare.

Carmelo sembrava immerso in quella tranquillità, e non dava più segni d'esser sveglio. Minica cercò tante volte di persuadere Santuzza di andare a casa a dormire, dicendole che la notte avrebbe certamente risolto quello strano enigma.
«Su, via comare!», continuava Minica Lei crede a queste fesserie? Sicuramente il compare si sarà fatto suggestionare da quella jettatrice; lo lasci riposare qui tutta la notte, e vedrà che domattina sarà lui stesso a tornare a casa».
Santuzza ringraziò la comare per il consiglio datole, ma preferì rimanere lì tutta la notte. Peppi rincasò a notte inoltrata, dimenticandosi del compare e di avvisare Concetta perché si recasse a casa sua; entrò in punta di piedi, si sentiva qualche leggero lamento di Carmelo, mentre le due donne dormivano sedute e con la testa a penzoloni; si recò nella sua stanza e s'addormentò d'un colpo, russando. Dalle imposte si vedeva albeggiare, Minica si alzò lentamente, adagiò sulle spalle di comare Santuzza uno scialle di lana e andò ad assicurarsi che Peppe fosse rientrato.
Il sole era già alto quando Santuzza si svegliò; preoccupata, guardò il marito che sembrava dormisse, stanco d'essersi lamentato tutta la notte e gli posò di sopra, lentamente, lo scialle che le aveva messo sulle spalle Minica. Da fuori si sentiva il megafono di un venditore di frutta che passava e il vociare di un bimbo che rincorreva il suo cane. Santuzza svegliò Peppe, rimproverandolo per la leggerezza nei confronti del compare, che giaceva in preda al panico sulla poltrona aspettando che si facessero le 14,15. Lo incaricò ancora di cercare Concetta e di avvisare padre Giuseppe della situazione che s'era venuta a creare. Peppe uscì brontolando, quasi che l'accaduto lo infastidisse.
 
Le ore volavano via. Santuzza guardò l'orologio appeso alla parete e scoppiò in un pianto convulso: segnava le 14,00.
 
«Solo mezz'ora ho, Carmeluccio mio! Mezz'ora e non potrò più parlarti, sentire la tua voce, ma perché, perché?»
 
Santuzza s'intenerì sentendo la comare, e cercò ancora di rincuorarla: niente! Carmelo quasi non parlava più, tutto sembrava inutile.
Peppe arrivò con padre Giuseppe e Concetta, la quale, meravigliata e sdegnata nello stesso tempo per quanto le aveva narrato Peppe, guardò Carmelo e la moglie e li rimproverò dicendo loro che tutto quel manifestarsi era solo frutto di una grande ignoranza e che a nulla sarebbe servito l'intervento del parroco perché gli schiacciasse il mal'occhio: bisognava solo indurre Carmelo a ragionare; ma come? Si sentì l'orologio della chiesa Madre battere le 15,30.
 
«Le 15,30?», fece Santuzza meravigliata. «Ma comare, l'orologio segna le 14,30».
«Quello della chiesa è giusto!», fece padre Giuseppe, «stanotte hanno cambiato l'orario, quindi».
 
«E ora, che fare?», disse Santuzza alla comare. «Visto che le 14,30 sono passate da un'ora, vuol dire che il mio Carmelo non muore più? Padre, fategli vedere l'orologio, diteglielo che è un miracolo».
 
«Ma quale miracolo e miracolo!», esclamò Concetta, «l'ora legale è un'invenzione nostra, non dei santi! Ecco, cosa ci voleva: il tempo, esso si burla di noi, ride delle nostre idiozie, delle nostre usanze, costumi, mentalità».
 
«Signora Concetta», fece Santuzza, «allora il mio compare l'ha fatta franca?».
«Proprio così», rispose lesto padre Giuseppe».
 
«E allora dobbiamo brindare!», Gridò Peppe, «brindare, che il mio compare è risorto; su, compare, alzatevi che brindiamo!».
 
«Ma quale brindare e brindare! Io devo morire!», rispose Carmelo ancora mezzo intontito.
 
«Guardate!», intervenne Concetta mostrando l'orologio a Carmelo. «E vi dirò di più: voi, non avete mai avuto niente, solo suggestione: una forte suggestione e nulla più».
 
Carmelo si alzò, guardò in aria come se avesse sentito la voce di 'Gna Maruzza e fece un velocissimo gestaccio: «Teh!!! Femmina di malaugurio!».
 
«Compare!», rispose Peppe, «parlate da solo, un'altra ora ve n'è venuta?».
 
«Brindiamo, brindiamo che voglio ubriacarmi!», fece lesto compare Carmelo, alzando il bicchiere e tirando un forte sospiro di sollievo.

28/10/2008 16:46 commenti (0)