L’astrologo pianse, amaramente, e le sue lacrime bagnarono la statua. La Signora diamantina, incominciò a tremare, a muoversi e a respirare. Dal blocco adamantino, emerse la Dea che era stata la più antica discepola di Saturno. Ella corse a danzare sulla dodicesima pira e poi mostrò al vecchio un’antica giara.
Il sacerdote salì sulla pira e ritmando i suoi passi al suono dei campanellini, legati alle cavigliere della Madre divina, s’immerse nella danza. E mentre danzava, gli sembrò che la Dea assumesse le sembianze di sua madre, la danzatrice di montagna, sposata per amore da un brahmino. Poi la giara s’infranse, l’acqua colò, si trasformò in un rivolo e scivolò, sino a raggiungere il letto del fiume. Jyotnath comprese di aver portato a termine un’antica cerimonia incompiuta, il dono che non aveva mai potuto offrire: lo Shraddha per suo padre, il rito fatto di memoria, dolore e liberazione. Questo rituale incompiuto era stato la causa della lunga attesa, prima di intraprendere il cammino per MAHA DHYANA, la grande MEDITAZIONE.
Un’idea lo fulminò e un velo si squarciò, facendogli comprendere una realtà così semplice e ovvia, da non averla mai afferrata, prima. L’astrologo comprese il terzo mistero del karma. Quello indicibile, personale, unico, irripetibile e mai, perfettamente, conoscibile.
RACCONTI ASTROKARMICI
Dedicato al figlio della ricamatrice di montagna
L’ASTROLOGO E LA DEA DIAMANTE
L’astrologo Jyotnath, come tutti i veggenti dell’antichità, era anche sacerdote.
A trenta anni circa, egli decise di scoprire i tre misteri del Karma. Allora, iniziò a meditare su un antico mantra, ricevuto dal padre. Sperava così che la Madre divina gli apparisse per rilevargli i misteri.
Trascorsero altri trenta anni, l’astrologo continuava a meditare, ma la sua mente, invece di ottenere la consapevolezza, si ottenebrava ogni giorno di più. Un giorno, egli si accorse che, nonostante la conoscenza profonda e meticolosa di tutti i testi sacri, non solo si sentiva sempre più ignorante, ma non riusciva più a decifrare alcun tema natale. Spaventato e scosso, il sapiente chiese l’ausilio di un sogno rivelatore. All’alba successiva, nel pieno del viaggio onirico, un’ombra gli ingiunse di cercare il Maestro. Così, egli partì in pellegrinaggio.
Un pomeriggio invernale, mentre attraversava il cimitero di un villaggio bengalese, egli incontrò un chandala (fuori-casta) lacero, maleodorante, cadaverico, terribile in ogni particolare del suo aspetto. Era l’addetto alla cremazione dei morti che, ignaro delle sue orrende sembianze, così gli chiese: “Venerabile astrologo e maestro, che cosa ti angustia?”.
In altre circostanze, il sacerdote sarebbe scappato inorridito, pur di non condividere l’aria di una persona di così impuro mestiere e di così immonde abitudini. In quel momento, invece, egli vedeva la scintilla divina nel profondo di chi guadagnava il cibo quotidiano spogliando i cadaveri, prima di bruciarli.
L’intoccabile, leggendo i suoi pensieri, così continuò: “Maestro, io sono nato e vivo in questo luogo di trapasso. Mi copro con gli abiti dei defunti e acquisto il riso vendendo i beni che racimolo, dopo aver spogliato i morti. In effetti, tutto ciò che per te indica morte, per me è strumento di vita. Ciò che ai tuoi occhi appare distruzione, per me è costruzione e mantenimento; ciò che per un brahmino è impurità, per me è integrità. Di più non saprei dirti.”.
Tali parole illuminarono Jyotnath ed egli comprese il primo segreto karmico: il condizionamento derivante dalle apparenze relative alle polarità dei valori.
Allora, superando ogni tabù, egli s’inchinò, rese omaggio al fuoricasta ed implorò da lui l’insegnamento. Il crematore di morti, evitato perfino dai sudra (rappresentanti delle cosiddette caste inferiori), così continuò: “Padre santo, benché figlio di una ricamatrice, tu discendi da una famiglia di maestri. Il tuo cammino sembra facilitato da tale nascita, in realtà sei insoddisfatto perché non hai compreso il tuo progetto di vita. Se vuoi afferrarlo, cerca il maestro del Tempo. Mio puro sacerdote, senza essere stato studente tu sei diventato maestro, perciò non ti conosci. Tu sei nato in una famiglia di brahmini, dove recitare i mantra, adorare le Divinità e leggere i libri sacri, sono attività abituali e tradizionali, quasi una routine. Fino ad oggi, tu hai usato passivamente gli strumenti di consapevolezza, ereditati sin dalla tua nascita, senza aver prima esplorato la tua natura e la tua ombra. A questa veneranda età, stai finalmente comprendendo che i mantra e le pratiche, pur illuminando i periodi dell’attesa, rendendoli attivi, solo in rarissime occasioni accelerano i tempi della Liberazione. Guarda alla tua sinistra: vi sono dodici montagne con dodici pire funebri. Le prime undici montagne sono fatte di cenere spenta, la dodicesima brilla di un fuoco ancora vivo. Le prime hanno consumato il karma di vite, ormai integrate; la dodicesima è la montagna del tuo karma residuo e delle vite da rivedere.”.
L’astrologo guardò le montagne e comprese, subito, il secondo concetto karmico: la necessità di accettare, attivamente, gli strumenti “in situazione” trovati alla nascita. Il suo pensiero restava fisso, però, sull’intento di trovare un nuovo mantra per conoscere il terzo mistero. Così, egli prese a discutere con l’intoccabile, cercando di convincerlo a rivelargli una formula sacra, capace di accelerare i tempi del suo percorso di liberazione. E tra una discussione e l’altra trascorsero altri ventinove anni. Alla fine, sebbene a malincuore, il fuoricasta scelse per il brahmino il più potente dei mantra e, avvicinandosi, gli sussurrò le ventisette sillabe segrete della Madre divina. Ogni sillaba corrispondeva ad una Nakshatra, un’Abitatrice del disco lunare.
Jyotnath non perse tempo. Salì sulla montagna fumante, si sedette nella posizione del loto, s’immerse in una profonda meditazione e… miracolo, dopo 16 notti di Luna, gli apparve la Madre divina in tutto il suo splendore. La Dea aveva assunto le sembianze della sua defunta madre e lo guardava, sorridendo, mentre ricamava un finissimo tessuto. Ella aveva le mani di sua madre ed era venuta a svelargli il terzo mistero karmico, oltre ad offrirgli la falce argentea.
L’astrologo, allora, accorgendosi che invece di provare gioia era scosso da una profonda e incontenibile collera, cominciò a gridare: “Madre crudele, sei qui, finalmente! Ti ho invocato per anni e tu mi appari solo adesso che sono vecchio, stanco e privo d’energie. Somigli alla mia madre terrena che continuava a ricamare per gli altri, mentre io la invocavo, piangendo. E pur di non interrompere il suo lavoro, mi faceva bere la tisana calmante, per poi affidarmi a sua sorella. Sono in collera con te e vorrei trasformarti in un diamante, prezioso e inaccessibile, proprio come tu sei!”.
Con sua grande sorpresa, la Dea si solidificò in una materia trasparente ed egli s’accorse d’aver perso la grande occasione della vita. Si sentì disperato, sconfitto e non ebbe più voglia di vivere. Poi, dall’alto della pira fumante, riapparve il senza nome, in tutta la sua terrifica apparenza. Appoggiandosi ad un bastone di bambù, egli così disse al sacerdote: “Vecchio maestro venerando, dopo di me anche la dolce Signora ti stava mostrando lo strumento del terzo mistero: la falce argentea del ciclo di lunazione. Vedi, non c’è frutto che possa maturare prima della sua stagione e se insisti nel coglierlo, prima del suo tempo, dovrai mangiarlo acerbo e poi soffrire per l’indigestione.”.
Jyotnath si sentì, inesorabilmente, sconfitto. Allora, decise di salire sulla pira funebre per consumarsi insieme al fuoco, sino a trasformarsi in cenere. L’intoccabile lo fermò, annunciandogli che voleva parlargli, ancora una volta: “Non disperare, profeta. Lascia il doloroso passato. Accetta l’errore che hai confinato nella statua, nata dalla collera e dall’impazienza. Trasforma il frutto dell’errore in saggezza. Abbi il coraggio di cominciare un nuovo ciclo. Prendi questa statua, guardala, ascoltala, toccala, odorala, baciala. Curala, tramutala nella tua stessa madre ed anche in figlia, sorella, amica e amante.”.
Il sacerdote accettò.
Trascorsero altri dodici anni. Un giorno, egli decise di interpretare l’ultimo oroscopo, il suo tema di morte. Prendendo coscienza che i suoi giorni volgevano al termine, Jyotnath fu preso da un profondo e acuto dolore: chi avrebbe continuato a curare la sua Madre diamante?
Mentre egli sprofondava nello sconforto, riapparve l’abitante dei cimiteri. Il vecchio Jyotnath lo guardò negli occhi e in un baleno, superando il gioco delle apparenze, ebbe la sacra visione: dietro l’aspetto terrificante di colui che risiedeva nella necropoli maleodorante, si era celato per lui, giocando il ruolo del fuoricasta, il Grande maestro, Shani-Saturno.
L’astrologo pianse, amaramente, e le sue lacrime bagnarono la statua. La Signora diamantina incominciò a tremare, a muoversi e a respirare. Dal blocco adamantino, emerse quella Dea che era stata la più antica discepola di Saturno. Ella corse a danzare sulla dodicesima pira. Anche il vecchio sacerdote salì sulla pira e ritmando i suoi vecchi passi al suono dei campanellini, legati alle cavigliere della Madre divina, s’immerse nella sua danza finale. E mentre egli danzava, ancora una volta gli sembrò che la Dea assumesse le sembianze di sua madre, la ricamatrice di montagna, sposata per amore da un brahmino. Poi un’idea lo fulminò e un velo si squarciò, facendogli comprendere una realtà così semplice e ovvia, da non averla mai afferrata prima: i ricami erano sempre stati destinati agli estranei, ma sua madre, in effetti, aveva sempre ricamato per lui e per le sue sorelle.
Così, mentre si accingeva a cadenzare l’ultimo passo, l’astrologo comprese il terzo mistero del karma. Questo, però, si rivelò indicibile e ancora oggi, come in ogni era trascorsa, resta personale, unico, irripetibile e mai, perfettamente, conoscibile.
Intanto, Shani-Saturno sollevando al cielo la falce lunare, riprese il suo cammino.
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