Silenzio…; silenzio e penombra…; attorno a me contorni sfumati ed ineffabili di oggetti che proiettavano ombre tremolanti alla luce della candela che mi ardeva di fronte.
Ero solo, o almeno credevo di esserlo, tale la suggestione del momento, solo con le mie colpe, con i miei principi, con le mie paure più inconfessabili. Solo, in una stanza piena di richiami simbolici e di ammonimenti, alcuni chiari ed evidenti, altri arcani ed inquietanti. Fra tutti, quello che più stimolava la mia fantasia e la mia coscienza era la parola VITRIOL.
D’un tratto provavo un pressante impulso, una sensazione curiosa, la necessità di abbandonarmi a stati d’animo sopiti da tempo.... Fin da bambino ero stato attratto ed al contempo piacevolmente spaventato dalla parola "vetriolo" tanto che più di una volta avevo consultato dizionari ed enciclopedie circa il significato di tale vocabolo.
Vetriolo: caustico, acido solforico, dal latino medievale vitriòlum, derivato da vitrèus, "vitreo", era per gli antichi il nome generico che, in virtù del loro l'aspetto vetroso, indicava i vari solfati metallici.
Lentamente scivolavo nella riminescenza di ricordi d'infanzia, un guazzabuglio di fugaci visioni ed emozioni: rivedevo il blu intenso dei cristalli di solfato di rame che mio nonno scioglieva per preparare la "poltiglia" per le viti.... l'acqua del secchio si colorava allora di un blu oltremare così meraviglioso che quasi mi perdevo a guardarlo...
Ora sono quasi sicuro che certe sensazioni, certe domande insistenti che ci
portiamo dentro, certi "non so che" altro non sono che il ricordo di lontane emozioni, quasi obliate dalla memoria e di cui non rimane altro che un tenue sapore, ma che è possibile, con un pò di attenzione e pazienza, riportare alla luce, allo stesso modo in cui ci si serve di una corda per sollevare il secchio da un pozzo profondo.
Ed era proprio quello che mi accorgevo di dover fare, scavare in me stesso
utilizzando tutte le mie facoltà, ma neppure immaginavo quanto profondo
effettivamente fosse il pozzo e quanto sarei dovuto risalire indietro nel tempo....
Comunque è un lavoro che ha occupato buona parte delle settimane che hanno seguito la mia iniziazione e che incessantemente continua ogni giorno ancora oggi, tenendo ben presenti le riflessioni di O. M. Aïvanhov (Il lavoro alchemico ovvero la ricerca della perfezione): "Non bisogna lottare contro le debolezze e i vizi. Che si tratti di gelosia, di collera, di cupidigia, di vanità, occorre mobilitarli affinché operino nella direzione voluta. Se è naturale utilizzare le energie della natura, perché meravigliarsi quando si tratta di utilizzare certe energie primitive che sono in noi? La conoscenza delle regole dell’alchimia spirituale consente di saper tra-sformare e utilizzare tutte le forze negative".
L'acrostico V.I.T.R.I.O.L. è emblematico delle finalità dell'alchimista:"Visita Interiora Terrae, Rectificando, Invenies Occultum Lapidem”. L'invito, rivolto alla terra interiore di ciascuno, è il seguente: "Visita l'interno della Terra e, rettificando, troverai la pietra nascosta".
È una parola derivata direttamente dall’insieme degli insegnamenti, dei suggerimenti e delle proposte operative, oltre che dalle speculazioni alle stesse connesse, che nel corso della storia sono state tradizionalmente trasmesse, e a noi giunte sotto il nome di Alchimia. Da ciò risulta evidente che il riferimento a tale termine comporta il riferirsi ad uno dei materiali con i quali gli operatori, in generale e genericamente detti Alchimisti, tendevano a realizzare la trasformazione del piombo, o comunque di una materia vile e di scarso valore, in oro, il compiuto raggiungimento del fine ricercato.
Nella parete nord del gabinetto di riflessione, laddove è tenebra ed abisso, in alto, appunto la prima parola è V.I.T.R.I.O.L. Ed è da tale parola che il recipiendiario parte per portare a termine il suo primo viaggio, quello riguardante la Terra, viaggio da compiersi fuori dal Tempio massonico, decisamente presupposto per l’iniziazione.
Insieme con la parola V.I.T.R.I.O.L sulla parete nord sono stampati segni ed ammonimenti che riguardano l’iniziando neofita al fine della sua tutela ed al tempo stesso delle condizioni per il possibile compimento del viaggio.
E da ciò si può già subito notare che mentre la parola V.I.T.R.I.O.L detta un comportamento di carattere generalizzato, la stessa è anteposta, come direttiva di carattere generale ad ogni altro singolo invito ed ammonimento.
La tradizione riguardante gli insegnamenti alchemici, a volte non soltanto
alternativamente, ma addirittura congiuntamente, ci presenta la stessa anche nella sua forma enneadale, composta di nove lettere, che dicono, piuttosto che V.I.T.R.I.O.L, V.I.T.R.I.O.L.U.M.. E si potrà aggiungere anche che il punteggiare la parola è soltanto un vezzo teso al massimo a far si che si tenga nel dovuto conto l’importanza del numero sette.
Il significato che di solito si attribuisce alla frase è quello, in termini di latino classico, di “Visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem” con l’aggiunta dei termini “veram medicinam”, nel caso della parola composta di nove lettere.
Già da una prima lettura di tale parola-frase possiamo bene intendere che, mentre per un verso si vuole comunicare un insegnamento ed un significato consequenziale utile a chi lo stesso riceve, quale percorso ed operazione da compiere per il ritrovamento di una soluzione delle problematiche che hanno spinto l’iniziando stesso a richiedere l’iniziazione muratoria, per l’altro la parola stessa contiene in sé – oltre al senso letterale della frase già palesato – anche qualcosa di più del semplice invito operativo che viene solennemente fatto.
Incuriosisce l’osservatore attento, innanzi tutto il senso della frase e il significato da dare al contenuto della stessa, da attualizzarsi sui diversi possibili piani operativi, ma quel che ancor più incuriosisce è il fatto che il suo senso apparente costituisce un risultato che dovrebbe ritenersi compiuto una volta effettuato il viaggio nella Terra, risultato che invece resta come un ammonimento che sollecita l’iniziando a ripetere di continuo l’operazione, prima ancora che a lui vengano resi noti i modi per operare.
Si esalta l’operazione ponendola per la sua esplicita evidenziazione come comandamento e comportamento essenziale di carattere generale da tenersi sempre presente e da attuare comunque.
La frase è stata interpretata, dopo opportuna modifica, anche in tal senso: “Visita interiora tua, rectificando……”, intendendosi con ciò dare alla stessa il significato di un lavoro puramente introspettivo, quasi sostitutivo di quello che un paziente compie
con l’aiuto del proprio psicanalista. Il significato della parola V.I.T.R.I.O.L (ed ancor più quello di V.I.T.R.I.O.L.U.M), è ben altro, ben più impegnativo e risolutivo dei problemi dell’individuo.
"Chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso. Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente."
L’acronimo V.I.T.R.I.O.L.U.M., che viene usato nella letteratura alchemica, è formato dall’espressione latina Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam, che significa “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”.
L’alchimista scava la terra. Scavare o penetrare la terra è il primo passo del processo alchemico. La terra è il corpo, o se stessi. Penetrare la terra corrisponde a penetrare, conoscere, il proprio sé interiore.
Siamo quindi invitati a discendere nella terra, negli inferi, nell’inconscio. La terra è il simbolo dell’uomo fisico. L’uomo deve prendere coscienza del suo mondo interiore, di chi è, cosa sta facendo, quali sono le sue motivazioni eccetera. Una volta rivolta l’attenzione verso l’interno, si scoprirà un mondo nuovo: gli inferi dell’Ade, il regno oscuro delle ombre e dei mostri.
Questa discesa viene anche chiamata regressus ad uterum, “ritorno nell’utero”, un termine che viene spesso usato nei riti d’iniziazione. È un ritorno simbolico a un particolare stato primordiale dell’essere che accomuna ogni uomo nell’inconscio collettivo.
Nel profondo dell’uomo, nell’oscurità della sua psiche, risiedono i moventi delle sue azioni. Dunque il regressus ad uterum, il prendere coscienza di questi moventi profondi, è una condizione necessaria per entrare nella zona di morte illuminata dalla luna, e successivamente sperimentare la rinascita. Terra Mater, la Madre Terra, è sempre stata collegata alla nascita, con l’unione tra uomo e donna (conscio e inconscio); unione dalla quale la nuova vita sgorgherà dopo la morte. I popoli primitivi svolgevano le loro iniziazioni al buio o sottoterra, ad esempio nelle grotte. In Egitto, le iniziazioni si svolgevano nelle piramidi o nelle cripte interrate dei templi. In Persia si usavano principalmente nelle grotte, mentre gli indiani d’America avevano apposite capanne. I misteri di Mitra venivano eseguiti in templi costruiti sottoterra. La stessa iniziazione era simboleggiata dalla penetrazione della pancia della Grande Madre, o del corpo di un mostro marino o animale selvatico.
Nella mitologia greca, Orfeo discese nell’Ade per cercare Euridice (il simbolo della sua anima perduta). Il Dio hindù Krishna discese negli inferi per cercare i suoi sei fratelli (i sei chakra, essendo Krishna il chakra della corona). Dice una leggenda che, dopo la sua morte, anche Gesù discese nel regno di Satana per salvare l’anima di Adamo (l’uomo puro).
La porta della saggezza eterna (Heinrich Khunrath, Amphiteatrum Sapientiae, Hanau, 1604).
Nell’alchimia, l’entrata dell’inconscio è spesso rappresentata dall’entrata delle grotte, da racconti di viaggi negli inferi o strani luoghi lugubri del mondo. Talvolta si trova negli scritti alchemici la rappresentazione del re che si fa il bagno. L’acqua, alchemicamente parlando, rappresenta proprio l’inconscio. Il Re, che è invece la nostra coscienza, vi si immerge proprio per venire a contatto con i suoi contenuti e così portarli alla luce, alla propria coscienza.
Un altro modo in cui questo contatto tra coscienza ed inconscio viene rappresentato è il simbolo della “coniunctio” (congiunzione) o “concepito” (concezione) tra il Re e la Regina, che avviene principalmente nell’acqua, in una sorgente o in una fontana. La Regina quindi rappresenta il femminile, l’acqua, l’inconscio.
La discesa nell’inconscio non è priva di pericoli. In senso psicologico può ad esempio sfociare nella schizofrenia. Nella mitologia, l’eroe penetra gli inferi per lottare contro mostri e demoni. La Grande Madre gli appare sotto forma di un essere terribile, spesso il Signore della Morte. Per il suo coraggio e la sua audacia, la Grande Madre, Dea della fertilità, gli offre grande conoscenza e grande saggezza.
Quando nell’alchimia si lavora con i metalli (così vengono chiamate le passioni e le emozioni dell’uomo), il piombo viene usato come materiale iniziale. Gli alchimisti dicono che nel piombo vi è un demone che può causare la pazzia. Il piombo è sotto il dominio di Saturno, il Dio della malinconia, che causa disturbi e visioni demoniache. Il piombo, il più impuro dei metalli, deve essere trasformato nel metallo puro, l’Oro, simbolo dello Spirito. In generale, il piombo rappresenta le passioni inferiori e più terrene dell’uomo. E’ su di loro che l’alchimista opera, rettificandole (rectificando) e sublimandole sempre più. Cosa significa questo? Ce lo spiega un testo del Taoismo moderno: “Ecco perché Buddha Jou-lai (Tathagata), nella sua grande misericordia, ha rivelato il metodo, il lavoro alchemico del Fuoco, e ha insegnato al popolo a rettificare la propria vera natura e pienezza”.
(Solomon Trismosinus, Aurum vellus, Hambutg, 1708) - Nel bordo, la frase latina di vitriolum. Il sole e la luna sono gli opposti che nell’uomo devono essere uniti. Il calice è il “vaso” o vasca alchemica, simbolo del corpo. I segni planetari rappresentano i diversi stadi del processo alchemico. La doppia aquila è il Mercurio, il leone è lo Zolfo e la stella è il Sale, i tre ingredienti del processo. Il globo sinistro con le nuvole è il microcosmo, il globo destro con le stelle è il macrocosmo.
“Rectificando”, al centro dell’acronimo VITRIOLUM, significa “correggere” gli aspetti negativi della propria psiche, purificare le emozioni negative. Serve a drizzare ciò che è cresciuto storto durante la vita. L’alchimista deve purificarsi da tutta la “sporcizia”, da tutte le sue “scorie”. Deve lavare “il corpo” per migliorarlo e perfezionarlo. I metalli devono essere purificati da “elementi esterni impuri e distruttivi”. I metalli in questo caso possono essere interpretati come emozioni.
Il Taoismo sottolinea l’importanza della purificazione dalle tendenze egoistiche che separano l’uomo dalla sua natura eterna. Un uomo che si sforza d’ottenere il Tao deve rinunciare alla brama e al desiderio e divenire un bambino che si unisce al Tao. Con questa purificazione, avviene la rinascita. Pertanto un alchimista deve rifuggire le masse e iniziare il processo di meditatio, auto-riflessione, in silenzio.
Anche il Buddhismo insegna la purificazione. L’uomo può arrivare alla salvezza separandosi dalle faccende mondane che lo fanno deviare dal suo vero sentiero. Egli vede che la vita terrena di per sé non è soddisfacente. L’uomo è insoddisfatto perché i suoi desideri sono senza limiti. Deve liberarsi dalle catene dei suoi desideri.
Entrare nell’inconscio significa anche entrare nell’inconscio collettivo che tutti condividiamo. Nella mitologia greca vi era il Tartaro, nome originariamente usato per indicare gli inferi. Il Tartaro è il mondo psichico nel profondo dell’uomo, dove risiedono tutti gli istinti inferiori, come la brama di uccidere e distruggere, la sete di sangue, la paura, l’odio, la vendetta, il desiderio di potenza eccetera. Non è facile da ammettere a se stessi, ma tutte risiedono in noi. Abbiamo represso tutte le nostre emozioni oscure confinandole nel profondo regno del Tartaro. Questa è l’eredità umana, risalente a tempi antichi.
È compito dell’uomo conoscere, sentire ed essere responsabile di tutte le proprie emozioni. Esse non devono essere semplicemente represse, poiché così facendo si otterrebbe l’unico effetto di “comprimerle” in qualche angolino della propria psiche, dal quale potrebbero emergere quando meno ce le aspettiamo. Vanno invece sublimate, cambiate e trasmutate in sentimenti più elevati. La repressione incatena l’uomo proprio agli oggetti che reprime, ma la purificazione li trasmuterà in elementi positivi, portandolo più vicino alla sua vera essenza. Fin quando non intraprenderemo consapevolmente la Grande Opera, dolore e sofferenza disturberanno le nostre vite. Dobbiamo affrontare i mitici mostri nella profondità del nostro inconscio e illuminarli. Essi fanno parte dell’essere umano. Non possiamo scartarli, ma possiamo controllarli, dominarli, imparare da loro, e trasformarli in servitori del Divino. I mostri non sono mostri di per sé. Sono soltanto caratteristiche della natura umana che sono state distorte o che quantomeno non ci sono più utili. Noi possiamo rettificarle ed utilizzarle a nostro vantaggio, per ascendere alla Consapevolezza del Sè.
Questo compito non è per l’aspirante iniziato. È soltanto per gli audaci che osano affrontare l’oscurità dell’anima. Il coraggio di molti fallirà, ed essi torneranno a casa. Perciò il pellegrino non intraprende un sentiero facile, perché il mondo del piacere non è più suo. Egli ha scelto il percorso di Arete (Dea della Virtù), che lo porta verso molti pericoli e strade difficili, in solitudine e con fatica, ma infine diverrà immortale. Chi perderà la vita, la otterrà.
Se sei davvero deciso a trovare il Tao, puoi farlo anche quando sei in una città e hai una posizione di rilievo in faccende mondane. Questo non è contraddittorio. Il lavoro è semplice e vicino, il segreto è così semplice, che, se fosse rivelato, vi sarebbero risate tutt’intorno.
Lo scopo della ricerca viene indicato come il ritrovamento della pietra occulta, cioè nascosta. E’ una pietra misteriosa e di estrema preziosità. Una pietra che possiede immensi poteri e che essenzialmente permette quella trasmutazione dell'essere che giustifica il completo dedicarsi alla sua ricerca. Una pietra che viene ad essere qualificata "filosofica", perché nota ai "filosofi", e, dopo opportune lavorazioni o "rettifiche", diventa "filosofale", con il potere di trasmutare i metalli vili in oro e capace di dare l'immortalità.
Il simbolismo ancora ci soccorre e ci indica che quando l'uomo ha realizzato l'illuminazione, l'occhio spirituale gli permette di rendere aureo ciò per gli altri è di poco valore, in quanto non hanno attivato quella capacità di penetrazione delle cose; capacità che rimane in loro potenziale, quale possibilità cioè non realizzata.
La giusta visione delle cose porta come conseguenza la scelta dell'unico, vero sentiero che ci dà il dono dell'immortalità nel divino. Ma questa è solo una delle ipotesi, infatti: per quale ragione la frase parla espressamente di “Interiora Terrae” ?
Cosa si intende effettivamente per “Terrae”? Soltanto il proprio interiore psichico?
Così come sembrerebbe essere se adottassimo per vera la formulazione sopra ricordata che sostituisce al termine “interiora Terrae” quello di “interiora Tua”? Certo non possiamo negare che la frase fa espresso riferimento proprio all’interno della
Terra, e non all’interno, alle interiora, di ogni singolo individuo. E non potrebbe darsi che la frase voglia proprio significare l’interno della terra? Da intendersi questa, ovviamente, non quale oggetto del lavoro dello speleologo ricercatore, il quale al massimo penetra in una limitatissima parte di quella che è la piccolissima realtà della crosta terrestre. Che, se fosse vera tale ipotesi – salvo intendersi sul significato del termine terra – ben si comprenderebbe come tale sia l’invito proposto, piuttosto che la formulazione di un invito nei noti termini del comando che dice “conosci te stesso”.
E pur se forse possiamo ipotizzare quasi con certezza che non vi sia per nulla contrasto tra l’operazione del “conoscere se stessi” e quella del “visitare le interiora della terra”, dobbiamo altresì ammettere che una ragione decisamente importante vi deve essere stata allorché si è trascurato un motto del tutto nobilitato – in quanto iscritto sul frontone del tempio di Delfi – e fatto proprio da Socrate e da tutta la filosofia occidentale, e si è invece adottato un acrostico di significato apparentemente uguale proveniente dall’Alchimia per veicolare con le parole V.I.T.R.I.O.L o V.I.T.R.I.O.L.U.M la stessa concettualità e lo stesso impegno da perseguire.
Ovviamente la Terra non può di certo intendersi come il coacervo dei silicati, dei carbonati, dei metalli puri ed impuri, che si appalesano ai nostri sensi e che costituiscono la cosiddetta crosta terrestre, avuto riguardo allo stato di coscienza da noi vissuto nella condizione limite nella quale attualmente siamo collocati.
E non può neanche intendersi come quel fuoco centrale che la scienza ci dice essere attivo nel nucleo del pianeta, così come lo stesso ci si mostra. Sarebbe come credere, e pensare, che la prigione nella quale siamo rinchiusi e la condanna a morte che ci è stata irrogata sin dal nostro nascere, sia costituita dalle mura e dalle sbarre della prigione materiale stessa nella quale apparentemente siamo rinchiusi, e dalla sentenza che riteniamo che qualcuno abbia emesso nei nostri confronti.
La terra deve essere qualcosa di più e qualcosa di diverso, così come la prigione deve essere qualcosa di diverso dalle mura che sembrano rinchiuderci, e come la sentenza a sua volta deve riguardare una situazione del tutto diversa da quella presupposta dalla presunta formale irrogazione della condanna.
Se solo ci soffermassimo a riflettere sulla prima parte di questo invito ed attentamente considerassimo il suo senso più intimo, di certo qualcosa comprenderemmo di più di quanto normalmente siamo portati a comprendere; ed è altresì certo che sapremmo anche bene intendere il lavoro che dovrebbe essere portato a termine da ciascuno di noi.
Non dovremo adottare perciò, a questo punto, soluzioni semplicistiche e banali, penetrando nel senso più profondo del significato che l’invito comporta.
Secondo altre ipotesi interpretative il lavoro di conoscenza ed approfondimento andrebbe traslato nella mitologia greca classica. Infatti nell’antico mito greco la terra era denominata Hera, da identificarsi nella Madre dei Viventi; altri – con concettualità analoga – hanno denominato Hera, la madre degli Heroi, Iside, Madre di Oro, sorella e sposa di Osiride, vedova del consorte ucciso dal fratello Tifone.
Per i massoni, figli della Vedova, tale mito potrebbe ben essere una opportuna segnalazione, volta al fine di almeno tentare di comprendere il senso della frase proposta alla loro attenzione!
La Terra potrebbe essere, alla luce delle considerazioni sinora svolte, appunto quella Hera, od Iside velata, che deve essere conosciuta – ed in tal modo scoperta – perché la coscienza di chi la ritrova possa pervenire allo stato di figlio cosciente e cioè nella condizione del figlio generato da Osiride, il nome del quale è Oro.
L’importanza decisiva della frase, contenuta nell’acrostico V.I.T.R.I.O.L consiste proprio in questo: e cioè che viene dato per vero che l’iniziando ha in se la potenzialità e la capacità di attuare un simile percorso ricognitivo e di svelamento, percorso che lo porterà a ritrovare la fonte della sua essenzialità, la fonte della vita, evadendo in tal modo dalla prigione nella quale è convinto di essere rinchiuso e fuggendo alla condanna alla quale ha egli stesso acconsentito per aver dimenticato la sua origine divina.
Il Percorso che viene quindi indicato è perciò il percorso riservato agli Heroi, ai figli di Hera. Tale iter da compiere passa necessariamente, e si attua, non con la materialità, non con la psichicità, e neppure con l’intelligenza piatta e banale, ma piuttosto con quell’elemento centrale e costituente l’essenza dell’essere, quell’elemento che si è soliti denominare lo Spirito, il quale pure si assume esser presente nell’uomo come riflesso di un fuoco centrale presente nella manifestazione, che nell’individuo sembra manifestarsi, se ricercato, in atto, quale intelligenza superiore.
La Terra è in realtà l’idea dell’idea e la stessa è conoscibile e percepibile se specchiandosi in essa, dopo averla ricercata, l’essere umano ridesta la sua primigenia Qualità. A questo punto si potrà accettare che menti che cominciano a risvegliarsi, contestino il metodo adottato del ricorso ad immagini mitiche, per indicare in cosa consista la terra e in cosa consista l’idea dell’idea.
Qualcuno potrà dire che è troppo facile mostrare la Terra in una proiezione d’immagine diversa da quella che usualmente è intesa e poi senza spiegare in concreto in che consista effettivamente la Terra, identificarla additandola come meta da raggiungere in una Iside che alla fin fine se non riportata in termini di concettualità ad immagini conosciute, resta comunque velata. E se tale critica venisse effettivamente sollevata da chi è ormai interessato al tema, dapprima perché incuriosito dalle anomalie e perché di poi preso dalla tematica, non si potrà che rispondere a chi ripropone in tali termini i quesiti originari, che effettivamente la critica sembra aver giustificazione e fondamento.
Ma, prima di rispondere all’obiezione, c’è da domandare all’interrogante se non sia già un fatto trasmutatorio l’essersi posto nei confronti di una prospettazione del genere di quella effettuata, in termini critici, un principio di approfondimento serio del tema, e se tale suo atteggiamento non consista già in un inizio di viaggio e al tempo stesso in una trasformazione.
Il porre la domanda può lasciar sperare in una risposta; ed anzi, secondo i kabbalisti, nella domanda rettamente posta, è già implicita la dovuta ed ineluttabile risposta.
In ogni caso il porre la domanda è già il conquistare, per chi la pone, uno status diverso dal precedente.
In alchimia si suole indicare tale atteggiamento, quello appunto dello sgombrare l’insieme delle possibili ipotesi da quelle inutili, banali e non concludenti, l’atteggiamento di chi criticamente, mentre tenta di comprendere la dimensione delle tematiche, scarta le prime soluzioni ovvie e banali, l’operazione “del depurare della feccia” la materia prima.
Questa operazione ovviamente segue a quella che la precede che è l’operazione della “putrefazione”, operazione che però l’iniziando è già naturalmente venuto facendo ed effettuando nella vita di ogni giorno, tanto che giunta la putrefazione alla sua piena maturazione, ha deciso di morire a tale stato e volendo l’iniziazione, si è apprestato a compiere senza esserne consapevole appieno, quel viaggio che nel gabinetto di riflessione gli viene consigliato.
Il depurare la materia prima dalla “feccia” è – come ognuna delle operazioni dell’opera – un momento necessario ed importante del viaggio che abbiamo iniziato.
Nella stessa ci si può soffermare, nonostante ogni nostro desiderio umano (anzi forse a causa proprio del nostro desiderare) molto a lungo... anche per anni, prima di avere dinnanzi a noi chiaro, ormai depurato, pulito e sgomberato da ogni lutulenza e fecciosità, il vero oggetto e la vera materia dell’opera.
L’indicare soltanto l’obbligo del viaggio con il proporre la parola V.I.T.R.I.O.L. senza fornire ulteriori indicazioni a chi anela al superamento dello stato di marcescenza e di putrescenza, di dubbio e di oscurità, di disarmonia e di mancanza di luce nel quale si trova, non è esercizio sadico di chi si compiace di destare o ridestare un fuoco sopito, per poi lasciare insoddisfatto il ricercatore o il questuante.
Il passare per tappe di tal genere è operazione che rende puro l’ambiente, permettendo l’identificazione del materiale sul quale lavorare. E l’ambiente, è indubbio, è costituito dallo status interiore dell’operatore il quale, impegnato con volontà (e non testardaggine), continua e sempre insiste, soffrendo il patos del travaglio, necessariamente abbandonando, nel corso del travaglio stesso, le scorie che impediscono la presa di coscienza dell’oggetto per il quale il percorso si svolge e che, compreso, diverrà la pietra da rettificare. Lasciare i metalli significa appunto questo.
E a tale operazione di lasciare i metalli si da seguito ancor prima dell’entrata nel Tempio, anche se ciò avviene in termini ancora di inconsapevolezza del significato dell’operazione che si compie: la stessa continua anche dopo l’iniziazione e comunque deve essere ricompiuta e riattualizzata ogni qualvolta si lavora nel Tempio.
Il viaggio consiste almeno nella prima fase, appunto in ciò, nel render puri il corpo, la psiche, l’anima e la mente al fine di cominciare a comprendere l’oggetto vero della ricerca. In tal modo la Terra diviene con linguaggio alchemico, da fecciosa e lutulenta, una terra “alba”, cioè chiara, lucente.
È ben vero che nella ricerca la tradizione provoca chi ha ormai iniziato a compiere il viaggio, dapprima stupendolo, poi incuriosendolo, poi rafforzando l’intenzione originaria tesa a far sì che sempre più, l’ambiente (che è stato precisato essere ambiente interiore ed esteriore) divenga pulito e perfetto; il che detto in altro modo è il sollecitare al compiere l’operazione di sgrossare la pietra grezza. E a volte la tradizione si lascia sfuggire – pur mantenendo il dubbio in termini di proposta ipotetica – che la materia, cioè la Terra da visitare, sia appunto l’idea dell’idea.
Ma sarà veramente da intendere la terra in tal senso? O non sarà invece ipotizzabile che la Terra, termine certo dell’invito formulato, non consista in realtà in null’altro se non in quelle che potremmo chiamare le strutture del Reale, la conoscenza effettiva delle quali potrebbe essere il compito da portare a termine?
Ed in effetti la perfetta conoscenza della sostanzialità della Terra Madre è un fatto che – ben lo si intuisce – una volta che sia stato realizzato, è liberatorio dalle condizioni di ignoranza che lo hanno preceduto, e quindi dai dubbi, dalle incertezze, dalle ombre e dal buio nelle quali il ricercatore si trovava, ed è quindi al tempo stesso un fatto trasmutante, trasformatore dello status nel quale il protagonista della ricerca si era fino a quel punto venuto a trovare.
Conoscere non consiste soltanto in un prendere atto, in un acquisire dati o
elementi; ma piuttosto è, e consiste, in termini qualitativi in un trasformarsi della coscienza del conoscitore, ed in termini quantitativi in un accrescersi in estensione ed in profondità degli spazi angusti allo stesso originariamente concessi.
Con il conoscere, la prigione nella quale il condannato è rinchiuso, allarga le sue mura e, soprattutto, fatto questo connesso ma ancor più importante, lo stesso dapprima vagamente e poi sempre più con sapevolmente intuisce e comprende il perché della condanna.
Per il che può accadere che a volte adotti soluzioni immediate nel corso delle operazioni che va svolgendo, di carattere teologico-speculativo a giustificazione della stessa, e a volte faccia scelte, sia pur qualificate, di tipo religioso per la soluzione finale del problema che si è proposto, che è poi quello del ritrovamento della sua – forse persa? Ma chi lo saprà mai? – Libertà!
Ed è anche certo che la conoscenza dell’Opera rende partecipi dell’opera compiuta, e che chi conosce appieno l’opera, i modi e i termini nei quali la stessa è stata e viene realizzata, è simile al suo Autore, all’Architetto che l’ha portata e che, ogni giorno che il Sole sorge all’orizzonte, la porta a termine! Ed è anche certo che la piena conoscenza del vero, la Verità, sarà quella appunto – come ha detto il Maestro – quella che ci farà liberi!
L’opera del visitare l’interno della Terra consiste appunto in ciò: mondato e purificato l’ambiente (e cioè il ricercatore, colui che compie la cerca), individuare dapprima l’IDEA, e, dopo aver rettificato il nostro abituale modo di intendere il Reale, penetrare nel CENTRO DELL’IDEA, perché si possa comprendere e partecipare insieme con l’Architetto, che scopriremo esser nostro Padre, del piano che ci risulterà svelato, costruttivo dei Mondi e della Vita. Effettuata la prima parte del viaggio, realizzata con la scelta del volere che si accinge ad operare e con la mondatura e la purificazione dell’ambiente, giunti nel luogo laddove è presente l’IDEA – la quale alimenta se stessa con l’alimentare a sua volta le strutture che le danno forma – resta certo che per accedere al Centro dell’Idea è indispensabile compiere e portare a termine l’operazione del rettificare.
La stessa è davvero una operazione decisamente impegnata, difficile da compiersi e soggetta sempre ad essere inficiata da possibili errori e ricadute nel vecchio ed abituale modo di agire, sentire e, soprattutto, pensare. Il rettificare non consiste neces-sariamente in una catarsi dei sentimenti che hanno caratterizzato l’anima del ricercatore, o in un agire diverso da quello da sempre tenuto – pur se il capovolgimento dei valori e quindi del conseguente sentire ed agire, non è escluso.
Claudio
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La Magia Bianca e il Discepolo Seconda Parte