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Giuseppe Balsamo, Alessandro Conte di Cagliostro

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Giuseppe Balsamo, Alessandro Conte di Cagliostro: “Uomo di nessuna epoca, fuori dal tempo

« Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza. » “Cagliostro” * http://goo.gl/nv3xM *
Giuseppe Balsamo Alessandro Conte di Cagliostro Palermo 1743 San leo 1795 avventuriero, falsario, mago, filosofo, medico, e guaritore, il cui vero nome era Giuseppe Balsamo.  Entrato giovanissimo in convento (1758) ne dovette ben presto fuggire a causa di alcune sue imprese criminose. Sfruttando l'interesse quasi morboso per l'alchimia e le scienze occulte, diffuso nell'Europa settecentesca, seppe in breve tempo acquistare grandissima rinomanza. Dopo essersi rifugiato a Roma e sposato Lorenza Feliciani (1768) percorse infatti l'Egitto, la Persia e quasi tutti i paesi d'Europa dove, vantando segreti quali l'acqua di giovinezza e la pietra filosofale e dichiarando di possedere capacità mirabolanti, riuscì a diventare amico di re e di principi. Implicato nell'affare della "collana" ed espulso dalla Francia (1786) si stabilì a Roma dove però, nel 1789, fu condannato a morte dall'Inquisizione per stregoneria, ma fu salvato dal capestro per intervento dello stesso Papa, Pio VI, che era stato da lui guarito.  Fu così imprigionato come eretico e condannato al carcere perpetuo nella Rocca di San Leo, in Romagna, dove morì nel 1795 a cinquantadue anni.
1743, 2 giugno - Giuseppe Balsamo nasce a Palermo.
1756 - Entra nel convento dei Fatebenefratelli a Caltagirone.
1758 (?) - Torna a Palermo.
1764 - 1767 - Visita l’Asia Minore e l’Egitto.
1768 - Arriva a Roma e sposa Lorenza Feliciani.
1769 - Incontra ad Aix-en-Provence Giacomo Casanova.
1770 - 1776 - Viaggia in tutta Europa: Barcellona, Madrid, Lisbona, Londra, Parigi, Venezia, Napoli, Belgio, Germania, nord Africa, Palermo, Bruxelles.
1776 - 1777 - Londra: viene iniziato alla Massoneria. Solo dopo questo episodio, secondo alcuni, assume il nome di Conte di Cagliostro. Parte per Bruxelles.
1778 - 1783 - Arriva a Parigi, Strasburgo, Pietroburgo, Varsavia, Basilea.
1785 - Arriva a Parigi dove viene coinvolto nello scandalo della collana, è arrestato.
1786 - Viene assolto ed esce dalla Bastiglia con l’ordine di lasciare la Francia.
1789 - Viene arrestato a Roma e la sua causa deferita al Sant’Uffizio.
1791 - Termina il processo e Cagliostro viene condannato al carcere a vita. Parte per la fortezza di San Leo.
1795 - Cagliostro muore a San Leo.
Secondo alcuni Alessandro fu iniziato ai misteri dell'antica Magia Egizia. Era venuto a conoscenza di questi misteri da un libro trovato su una bancarella di Londra, e proprio a Parigi aveva fondato il tempio della Massoneria Egizia di cui riveste la carica di Grande Copto. Si dice che tra i numerosi adepti della sua massoneria vi fossero nomi illustri come ad esempio Napoleone Bonaparte. Le conoscenze magiche risalivano a tempi antichissimi del mondo, quelli di cui parla H.P. Lovecraft nei suoi libri (si dice che fosse un membro di un ramo Americano della massoneria Egizia).
Quando tutto sembra andare bene scoppia lo scandalo della collana (1785-86) in cui restano coinvolti nomi importanti della Parigi dell'epoca. Cagliostro e sua moglie Lorenza Feliciani sono rinchiusi nella Bastiglia. Al processo risulteranno estranei alla vicenda.
Ma Cagliostro con le sue guarigioni miracolose da fastidio alla chiesa che vede in lui una minaccia. Provvidenzialmente un agente dei 'Realisti' afferma di aver scoperto la vera identità di Cagliostro. Si tratterebbe di Giuseppe Balsamo, un truffatore nato a Palermo nel 1743.
Cagliostro è costretto a lasciare la Francia in tutta fretta. Viene però arrestato in Italia nel 1791 con l'accusa di truffa e per aver diffuso idee massoniche. Sua moglie viene rinchiusa in un conveneto e Alessandro condannato a morte. Pena che poi il papa (si dice che fosse ricorso alle cure di Cagliostro) commuta nel carcere a vita da scontare nella fortezza di San Leo.
Si dice che sia morto nel 1795 e sepolto nei pressi del paese senza lapide, in modo che nessuno potesse commemorarlo, ma molti sostengono che la sua cella fu trovata vuota.
Che sia morto oppure no, il conte di Cagliostro continua a far parlare di sè e dei suoi poteri misteriosi.
Giuseppe Balsamo (meglio conosciuto con il nome di Alessandro, conte di Cagliostro) nacque a Palermo il 2 giugno 1743. Dopo aver lasciato il Seminario di Caltagirone, apprese la chimica e la medicina come aiutante farmacista, poi tornò a Palermo, dove alternò lo studio del disegno alle discipline alchemiche. Giunto a Roma sposò, nel 1768, Lorenza Feliciani (alcune fonti ne parlano come di una donna generata dal Conte stesso dopo che questi ebbe provato le doglie del parto) ed iniziò il suo cammino esoterico. Cagliostro viaggiò moltissimo, spostandosi in molti paesi d'Europa e d'Africa e giungendo anche in Asia minore.
Proverbiale il suo incontro con Giacomo Casanova (avvenuto nel 1769), che rammenta l'episodio nelle sue mémoires.
A Londra, nel 1776, si affiliò alle logge massoniche. In seguito giunse a fondarne una che ebbe molti adepti, tra cui il giovane corso Napoleone Bonaparte (all'epoca semplice ufficiale dell'esercito francese). Ebbe a predire a Maria Antonietta — secondo la leggenda — la rivoluzione del 1798, la conseguente caduta della monarchia, la misteriosa scomparsa di suo figlio (il futuro Luigi XVII) e la stessa decapitazione della regina.
Si dice che durante i suoi studi alchemici sia riuscito a trovare la formula segreta (detta della Pietra Filosofale) per la fabbricazione dell'oro da qualsiasi metallo. Dotato di poteri assolutamente misteriosi, sembra si sia anche dedicato alla guarigione di infermi, specie tra i bisognosi. Maria Antonietta, dopo la terribile predizione sul futuro della monarchia, fece in modo di coinvolgerlo nello scandalo del furto della sua collana, ma Cagliostro riuscì a dimostrare la propria innocenza. In ogni modo, non gli fu più consentito di restare sul suolo francese. Giunto a Roma, fondò una nuova loggia massonica di rito egizio. Nel 1789, venne arrestato per ordine del Sant'Uffizio e condannato a morte. Secondo alcune incerte testimonianze, pare che sia stato arrestato anche un millantatore, suo sosia di origine siciliana, fatto passare per il Conte a causa di una trama di alcuni membri del collegio cardinalizio. Il pontefice Pio VI, in ogni modo, commutò la pena in carcere a vita, ch’egli scontò nella fortezza di San Leo, dove morì nel 1795.
Il suo corpo, stando a quanto si racconta, non venne mai trovato. Al suo posto, Napoleone, giunto pochi anni dopo (nel corso della sua inarrestabile ascesa al potere, durante l'invasione dell'Italia), vi trovò una spada.
Per quanto ciò possa apparire misterioso, furono in molti a testimoniare quest'ultimo episodio. Secondo alcuni, il Conte di Cagliostro è ancora vivo, essendosi reincarnato e continuando così quella che è stata nei secoli la sua lunga ricerca alchemico-esoterica.
Cagliostro era Alchimista, Mago proteso allo studio della Magia e del Pensiero Magico tanto temuto da "Santa" romana Chiesa Cattolica. La divinità è l'uomo, Cagliostro era in grado di guarire mali incurabili usando L'ENERGIA CHE TROVAVA DENTRO IL MALATO STESSO. Nessun potere "demoniaco" o ancor peggio "cristiano". Solo Conoscenza ed energia. Il problema è che se è Padre Pio (personaggio isterico ma cristiano) a guarire i malati (con risultati TOTALMENTE INCOMPLETI) allora è un santo, se lo fa Cagliostro (con risultati migliori di Padre Pio) allora è un demonio da rinchiudere in un'oscura cella di San Leo che non sarà mai "oscura cella" quanto la religione cristiano - cattolica. Perchè Cagliostro guarì ciechi, storpi, malati terminali con notevole maestria. Purtroppo non riuscì a guarire le menti degli uomini schiavi di una religione.
PARLA CAGLIOSTRO
La verità su di me non sarà mai scritta, perché nessuno la conosce; Io sarò l’ultima vittima dell’inquisizione. Sono le parole del conte di Cagliostro, e bisogna affermare le qualità umane e spirituali di un personaggio straordinario, dalla generosità infinita, che compì guarigioni prodigiose fece grandi profezie, e del grande amore che egli aveva per gli uomini, anche se è stato ed ancora è uno degli uomini più controversi e discussi. Cagliostro fu iniziato dai fratelli maggiori della rosa+croce nella camera segreta della grande piramide Cheophe Tutta la luce viene dall’Oriente, tutto l’inizio dall’Egitto.
Egli era a stretto contatto, con tutti i più grandi iniziati del suo tempo, dal conte Di Saint-Germain a Louis Claude de Saint-Martin, uno dei due fondatori del Martinismo, allo scienziato Mesmer, non dimenticando che il trinomio "Liberté-Egalité-Fraternité" fu coniato dal Conte di Cagliostro, Cagliostro profetizzò la rivoluzione francese la fine dei Capeto, la caduta della bastiglia, dicendo che quel posto sarebbe diventato presto il tempio della libertà e che il popolo lo avrebbe fatto suo.
A Strasburgo, soggiornò per tre anni dal settembre del 1780,dove compi un’infinità di prodigi, come del resto fece in tutta Europa compresa la Russia e l’Inghilterra.
Con le credenziali di Pinto de Fonseca, Gran maestro dell’Ordine di malta, Cagliostro riuscì in breve tempo ad entrare in contatto con papa Rezzonico, Clemente XIII, al punto di riuscire ad avere con lui molta confidenza, e di essere spesso ricevuto guadagnandosi, stima e simpatia.
Personaggi come il cardinale di York gli garantirono grande stima e amicizia, la sala delle udienze di Clemente XIII era sempre aperta, all’amico Cagliostro, mentre la migliore nobiltà romana lo ospitava nei suoi ricchi palazzi.
Dopo la morte di papa Clemente XIII, Cagliostro non fu più ben visto dalla Chiesa né tanto meno protetto dal nuovo papa Pio VI, il quale fece di tutto per farlo cadere nelle braccia dell’inquisizione.
A Cagliostro furono attribuiti una infinità di appellativi e di calunnie: mago, millantatore, massone, truffatore, eretico ecc.
Cagliostro non rinnegò mai le proprie idee, e non si piegò alle molte umiliazioni e torture; fu giudicato un volgarissimo imbroglioncello, tanto che gli fu attribuita la paternità di un certo Giuseppe Balsamo, personaggio non meno misterioso del Conte di Cagliostro, tanto che è stato possibile per i suoi detrattori, affermare che si trattasse della stessa persona.
Tutta questa macchinazione e fatica dell’inquisizione, fu messa in moto in proporzioni così gigantesche, che mai lo fu con altri personaggi forse più scomodi e pericolosi come Savonarola, Lutero, Galileo Galilei, Giordano Bruno * http://goo.gl/XjvUn * e tanti altri.
Quello che si può dire con assoluta certezza, è che egli visse in un periodo molto contrastato, in quanto L’Europa era interamente coinvolta in una molteplicità di situazioni di grande fermento politico, economico, religioso; dalla rivoluzione francese alla caduta della monarchia all’affermarsi sempre più della massoneria, che più d’ogni altra cosa faceva paura alla chiesa.
La massoneria contava molti personaggi importanti del mondo clericale tra i quali il cardinale di Rohan, o uomini illuminati come Goethe, e aristocratici, tra i quali non mancavano Conti Principi e Regine.
Cagliostro aveva sostenuta la causa francese, e la caduta della monarchia; la Chiesa doveva ad ogni costo toglierselo di torno. Operò in modo da condannarlo a morte come eretico, ma la pena fu poi commutata in carcere a vita nella fortezza papale di San Leo, dove si dice morì il 26 agosto 1795.
Alchimista e veggente, umile e generoso, egli diede il meglio di sé curando i malati, poveri o ricchi, senza mai chiedere nulla in cambio.
Dalle memorie di Cagliostro, 1786
"Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero. Partecipando coscientemente all’essere assoluto, regolo la mia azione secondo il meglio che mi circonda. Il mio nome è quello della mia funzione ed io lo scelgo, così come scelgo la mia funzione, perché sono libero; il mio paese è quello dove fermo momentaneamente i miei passi. Mettete la data di ieri, se volete, o riuscendovi, quella di domani o degli anni passati, per l’orgoglio illusorio di una grandezza che non sarà forse mai la vostra. Io sono Colui che è.
Ma ecco: sono nobile e viandante, io parlo e le vostre anime attente riconosceranno le antiche parole; una voce che è in voi e che taceva da molto tempo risponde alla chiamata della mia; io agisco e la pace rinviene nei vostri cuori, la salute nei vostri corpi, la speranza ed il coraggio nelle vostre anime. Tutti gli uomini sono miei fratelli, tutti i paesi mi sono cari, io li percorro dovunque affinché lo Spirito possa discendere da una strada e venire verso di noi. Io non domando ai Re, di cui rispetto la potenza, che l’ospitalità sulle loro terre e, quando questa mi è accordata, passo, facendo attorno a me il maggior bene possibile: ma non faccio che passare. Sono un nobile viandante.
Come il vento del Sud, come la splendente luce del mezzogiorno che caratterizza la piena coscienza delle cose e la comunione attiva con Dio, così vado verso il Nord, verso la nebbia e il freddo, abbandonando ovunque al mio passaggio qualche parte di me stesso, spendendomi, diminuendomi ad ogni fermata, ma lasciandovi un po’ di luce, un po’ di calore, fino a quando io non sia infine arrivato e stabilito al termine della mia carriera: allora la rosa fiorirà sulla Croce. Io sono Cagliostro.
IL SIGILLO ERMETICO * http://goo.gl/k1qB1 *
Una delle più importanti fonti d’informazione sul pensiero esoterico di Cagliostro è senz’altro il sigillo ermetico, in cui alcuni studiosi ritengono che il Grande Cofto, giunto ai massimi gradi delle società iniziatiche, abbia condensato tutta la propria conoscenza. Sono molte le interpretazioni date a questa forma simbolica. Alcuni, ad esempio, la interpretano come raffigurazione della realizzazione iniziatica: il serpente, forma terrena ed involuta, conquista il frutto della conoscenza e di conseguenza muore, rinascendo a nuova vita più evoluta. Altri sostengono che il serpente del Sigillo simboleggi invece il Male, con la fatidica mela di Adamo ed Eva nelle fauci, e la freccia è lo sguardo divino che lo trafigge. La freccia assume certamente importanza rilevante nella forma simbolica; gli stessi accusatori di Cagliostro, secondo i quali questo Sigillo, utilizzato anche nel Rito Egiziano, rappresentava il demonio tentatore, non spiegavano perché il serpente fosse trafitto.
Questa interessante innovazione ha portato ad altre interpretazioni, che entrano più nel vivo della Tradizione esoterica. Secondo gli studiosi di esoterismo, infatti, il serpente attraversato da una freccia può raffigurare la corrente astrale, una sorta di rete invisibile presente in tutto l'universo, trafitta da una volontà potente capace di dominarla. Sono state queste e molte altre le interpretazioni della misteriosa figurazione, considerata la "firma esoterica di Cagliostro"; sicuramente la rappresentazione simbolica è interessante e la sua valenza potrebbe andare ben oltre le spiegazioni sopra riportare. Quindi, accettando l'ipotesi che il Conte di Cagliostro possedesse conoscenze esoteriche di grado elevato, proviamo ad analizzare il sigillo utilizzando gli schemi del Sapere della Tradizione. Innanzitutto, consideriamo il fatto che in questo simbolo sono raffigurati i quattro elementi della filosofia antica: la terra rappresentata da un piccolo lembo di spiaggia, l’acqua dall’onda marina, l’aria dal cielo nuvoloso del paesaggio, il fuoco da un serpente dalla forma sinuosa, il cui profilo s’innalza in mezzo ai flutti.
Ad un primo esame possiamo quindi vedere nel sigillo la materia nella sua faticosa ascesa verso l’integrale purezza, passando dalla forma compatta e solida (terra) alla forma liquida (acqua), e poi allo stato gassoso (aria) ed allo stato raggiante (fuoco). Ma è la forma sinuosa del serpente, oltre alla freccia ed alle gocce di sangue, che fa assumere al nostro sigillo un significato esoterico ancora più profondo. In effetti, il serpente e la freccia danno all’osservatore l’idea di una clessidra, che appare quasi vuota: restano soltanto due gocce di sangue e una terza è raffigurata solo per metà e tutte insieme sembrano indicare che il tempo stabilito è ormai trascorso. Il sigillo di Cagliostro potrebbe, dunque, essere anche interpretato come un enigmatico messaggio lasciato ai posteri sul destino che attende l’umanità ed in cui il grande avventuriero volle fissare, come in un istante, l’inesorabile marcia del tempo concesso agli uomini per redimersi. Ma il nostro sigillo può trovare anche una spiegazione come simbolo più strettamente alchemico.
Il Serpente è allora l'ideale rappresentazione del principio alchemico primordiale, detto anche mercurio iniziale, che è scorrevole come l’acqua e come questa serpeggia. A livello di terminologia spagirica, nel lavoro chimico la freccia - emblema del fuoco segreto - assume il ruolo dell'agente maschio che penetra la materia grave o femmina. Con questi due elementi, il serpente e la freccia, Cagliostro potrebbe aver voluto dunque simboleggiare nel suo sigillo nient'altro che la femmina ed il maschio, che insieme all'acqua magica formano i tre grandi protagonisti della Grande Opera alchemica, la cui perfetta conoscenza fornisce all'uomo i tre doni inestimabili: sapienza, salute e ricchezza.
Riconosciuto dalla Chiesa colpevole di eresia, massoneria e attività sediziose fu condannato dal Papa al carcere a vita da scontare nelle tetre prigioni dell’inaccessibile fortezza di San Leo, allora considerato carcere di massima sicurezza dello Stato Pontificio.
Ufficialmente morì il 26 agosto 1795.
BIOGRAFIA
Un'infanzia difficile
Non è chiaro se scappò anche dal convento o se semplicemente vi fu dimesso; in ogni caso, tornato a Palermo, si rese responsabile di una truffa ai danni di un orafo, e per sottrarsi ai rigori della giustizia, sarebbe fuggito a Messina, dove avrebbe conosciuto un certo Altotas, forse un greco o forse uno spagnolo, con il quale avrebbe viaggiato in Egitto, a Rodi e a Malta, e che Cagliostro indicò come suo primo maestro, che l'avrebbe introdotto, nel 1766, nell'Ordine dei Cavalieri di Malta; queste notizie furono tuttavia fornite da Cagliostro in un suo Memoriale del 1786, nel quale egli intendeva sostenere la leggenda di una sua eccezionale formazione spirituale e vanno pertanto ritenute altamente improbabili: quello che è certo, è che sulla figura dell'Altotas la storia non ha mai fatto alcuna luce.
Il matrimonio
Nel 1768 il Balsamo è a Roma e vi è arrestato per una rissa nella Locanda del Sole, in piazza del Pantheon: dopo tre giorni, è rilasciato grazie all'intervento del cardinale Orsini, il maggiordomo del quale, don Antonio Ovis, aveva nel frattempo conosciuto. È ancora nel 1768, il 21 aprile, che Balsamo si sposa nella chiesa di San Salvatore in Campo con Lorenza Serafina Feliciani, una bella ragazza nata l'8 aprile 1751, analfabeta, figlia di un orafo. Il certificato di matrimonio è tuttora conservato e attesta che il Nostro si chiama effettivamente Giuseppe Balsamo ed è figlio del fu Pietro, palermitano: non vi è traccia di alcun titolo nobiliare, né in particolare del nome di Cagliostro.
A Roma il Balsamo, discreto disegnatore, vive falsificando documenti in complicità con due conterranei, un sedicente marchese Alliata e un certo Ottavio Nicastro, che morirà impiccato per aver ucciso l'amante. È proprio quest'ultimo, insieme con il suocero di Cagliostro, a denunciarlo come falsario e allora Giuseppe e Lorenza, con il marchese, abbandonano Roma per un lungo viaggio che li porta fino a Bergamo: qui, continuando la prediletta attività di truffatori, vengono entrambi arrestati, mentre l'Alliata riesce ancora a fuggire. Rilasciati, si trasferiscono in Francia - ad Aix-en-Provence conoscono Casanova, che definisce Balsamo «un genio fannullone che preferisce una vita di vagabondo a un'esistenza laboriosa» - e ad Antibes, dove con i proventi della prostituzione di Lorenza, si procurano il denaro per raggiungere, nel 1769, Barcellona.
Anche qui Lorenza viene spinta dal marito nell'accogliente letto di ricchi personaggi: insieme con uno di questi, un tale marchese di Fontanar, raggiungono alla fine dell'anno Madrid: mantenuti nel palazzo del marchese, cercano intanto di guadagnare l'amicizia di influenti personalità della capitale spagnola. Cacciati alla fine di casa, nel 1770 si trasferiscono a Lisbona, dove Lorenza diviene l'amante del banchiere Anselmo La Cruz.
L'anno dopo la coppia è a Londra: qui Cagliostro cerca perfino di guadagnarsi la vita onestamente disegnando pergamene, ma con poco successo e ancor meno profitto; perciò, con la complicità di un altro sedicente marchese, un siciliano di nome Vivona, organizza un ricatto ai danni di un ingenuo quacchero che, spinto ad amoreggiare dalla compiacente Lorenza, viene sorpreso da Cagliostro che, fingendosi scandalizzato per il tradimento della moglie, pretende che il suo onore debba essere risarcito soltanto con un'abbondante somma di denaro. Derubato però dall'infido complice, il Balsamo, rimasto insolvente con la padrona di casa, deve fare la conoscenza anche delle galere londinesi; ma il ricco sir Edward Hales, conosciuto, si può immaginare come, da Lorenza, lo tira fuori dal carcere pagandogli i debiti e, illudendosi che Cagliostro sia un bravo pittore, lo incarica di decorargli alcune sale del suo castello: naturalmente, veduti i disastrosi risultati dell'improvvisato affrescatore, lo caccia via, senza immaginare che l'italiano, tra una maldestra pennellata e l'altra, gli ha intanto sedotto la figlia.
Rompe così con Cagliostro e, se non convive apertamente col Duplessis, perché una tale iniziativa, per una donna legalmente coniugata, costituirebbe un reato, va ad abitare in un alloggio pagato dall'avvocato e, con l'approvazione della marchesa, denuncia Cagliostro per sfruttamento della prostituzione.
A seguito della controdenuncia del Balsamo per abbandono del tetto coniugale, Lorenza è arrestata e passa quattro mesi nelle carceri parigine di Sainte-Pelagie; pur di uscirne, nel giugno del 1773, ritira la denuncia e ritorna col Cagliostro. Nuovi viaggi: Belgio, Germania, Italia, Malta, Spagna e infine, nel luglio 1776, nuovamente a Londra.
Cagliostro massone, mago, alchimista e guaritore
Anche se adottò definitivamente il nome di Alessandro Cagliostro, a Londra la sua vita non mutò: entrò e uscì dal carcere a causa di diverse truffe consumate - predizioni sui numeri estratti nel gioco del lotto o sottrazione di gioielli ai cui proprietari faceva credere di aumentarne il valore grazie alle proprietà miracolose di una polvere di sua invenzione - finché, il 12 aprile 1777 decise di iniziarsi, insieme con la moglie, alla Massoneria, nella loggia "L'Espérance", sita in una taverna di Soho.
Passati in Olanda, i due coniugi sono accolti a L'Aja nella loggia L'Indissoluble; sembra che il suo lunghissimo discorso, tenuto in una lingua in cui sono presenti parole di tutta l'Europa senza che nessuna sia pronunciata correttamente, abbia avuto grande successo e anche la moglie, che ora si chiama Serafina, contessa di Cagliostro, è riconosciuta valente massone. Ma era tempo di frequentare paesi nuovi: nel 1779 sono in Germania e poi in Curlandia, parte dell'attuale Lettonia, nella capitale Mitau, oggi Jelgava. Spacciatosi per colonnello spagnolo, tiene riunioni in cui fa credere di appartenere a una società segreta, organizzata secondo cinque livelli di elevazione spirituale, di avere e di far avere visioni mediante l'idromanzia, di evocare spiriti, di essere un sapiente la cui conoscenza si trovava In verbis, in herbis, in lapidibus, nella parole, nelle erbe e nelle pietre, il motto della sua setta. Semianalfabeta e improvvisatore, commette inevitabili errori di gusto, come quando dichiarò di essere in grado di soddisfare, con un sortilegio, qualunque desiderio sessuale o quando sostenne di essere figlio di un angelo.
A San Pietroburgo viene diffidato dall'ambasciatore di Spagna a non spacciarsi per spagnolo e un suo documento, col quale voleva attestarsi come un Rosacroce, viene riconosciuto per falso. Si presenta anche come taumaturgo e ha l'accortezza di non farsi pagare dai poveri - solo dai ricchi - e se non ottiene nessuna guarigione, si guadagna simpatia e popolarità; ma basta l'inimicizia o l'incredulità di un potente per costringere i due italiani a partire: e così, nel maggio 1780, Giuseppe e Lorenza sono a Varsavia. Il massone, appassionato di alchimia, principe Adam Pininsky, lo ospita illudendosi che Cagliostro sia in grado di trasformare il piombo in oro: a questo scopo gli affianca il confratello massone August Moszynsky negli esperimenti di laboratorio. Questi pubblicherà nel 1786 un libretto sull'esperienze alchemiche del Nostro, riferendo come Cagliostro ottenesse l'oro dal piombo semplicemente sostituendo il recipiente contenente il piombo con un altro eguale contenente l'oro.
A questo prevedibile infortunio si aggiunge quello scoperto ai danni di una ragazza, da lui sessualmente molestata, con la quale si era altresì accordato per la riuscita di altrimenti improbabili evocazioni spiritiche. L'esperienza polacca, come consuetudine, si conclude con la partenza improvvisa, il 26 giugno 1780, per la Francia. A Strasburgo si accontenta di fingersi medico: se le sue tisane a base di erbe, la cui ricetta si è conservata, si rivelano semplici placebo, le guarigioni di cancrene ottenute bevendo liquori sono naturalmente fantasie propalate da lui stesso, che ottenevano tuttavia l'unico effetto che realmente gli premesse: presentarsi al pubblico di tutta l'Europa come l'unico uomo capace di risolvere - a pagamento - qualsiasi problema. E la sua fama toccò il culmine proprio in quel decennio del secolo.
Louis René Édouard de Rohan, creato cardinale il 1° giugno 1778 da Pio VI, ricchissimo e altrettanto prodigo, di bell'aspetto e molto galante con le donne, di piacevole e leggera conversazione ma vanesio, di modesta cultura e di scarsa intelligenza, era stato a lungo ambasciatore di Francia a Vienna dove commise una grave gaffe diplomatica: descrisse l'imperatrice Maria Teresa come un'insopportabile ipocrita in una lettera inviata al duca d'Aiguillon, il quale la mostrò alla sua amante, la duchessa Du Barry, che a sua volta la fece leggere a Maria Antonietta, figlia di Maria Teresa e prossima regina di Francia. Così, quando Luigi XVI e Maria Antonietta salirono sul trono francese, nel 1774, il Rohan perdette il posto di ambasciatore ma non il consueto buonumore, dal momento che le sue rendite continuarono ad aumentare ugualmente e le sue avventure galanti rimasero numerose come prima.
Il cardinale, che passava buona parte dell'anno a Strasburgo, saputo della presenza in città di Cagliostro, lo invitò a palazzo e ne fu conquistato. Appassionato di alchimia, credette di ravvisare in Cagliostro un maestro; ritenendolo un infallibile medico, lo condusse con sé a Parigi perché si prendesse cura del cugino, il maresciallo Charles de Rohan, il quale, per sua fortuna, guarì senza dover ricorrere alle improbabili medicine dell'italiano.
Anni dopo Cagliostro cercherà di servirsi dell'influenza del cardinale per far legittimare dal papa, come fosse un qualsiasi Ordine religioso, il proprio "Rito Egizio", una curiosa specie di Ordine massonico-religioso, che egli dirà di aver fondato a Bordeaux nel 1784.
A conclusione del solito lungo tour che doveva portarlo in Inghilterra attraverso Napoli, Roma e la Costa Azzurra, giunto a Bordeaux l'8 novembre 1783, in maggio si ammalò e, forse in un delirio febbrile, come è scritto nel Compendio del suo processo, «si vide prendere per il collo da due Persone, strascinare e trasportare in un profondo sotterraneo. Aperta quivi una porta, fu introdotto in un luogo delizioso come un Salone Regio, tutto illuminato, in cui si celebrava una gran festa da molte persone tutte vestite in abito talare, fra le quali riconobbe diversi de' suoi Figli Massonici già morti. Credette allora di aver finiti li guai di questo mondo e di trovarsi in Paradiso. Gli fu presentato un Abito talare bianco, ed una Spada, fabbricata come quella che suol rappresentarsi in mano dell'Angelo Sterminatore. Andò innanzi ed abbagliato da una gran luce, si prostrò e ringraziò l'Ente Supremo di averlo fatto pervenire alla felicità; ma sentì da un'incognita voce rispondersi: Questo è il presente che avrai; ti bisogna ancor travagliare molto; e qui terminò la Visione».
 
Grazie a questa visione, che in verità sembra essere stata inventata lì per lì a uso e consumo dell'inquisitore che lo interrogava, Cagliostro si sarebbe convinto di avere la missione di fondare la Massoneria di Rito Egizio - l'Egitto era allora un paese praticamente sconosciuto e pertanto ricco di un misterioso fascino esotico - che avrebbe dovuto assorbire ogni altra. Si elegge Gran Cofto e crea la moglie - ora chiamata principessa Serafina e Regina di Saba - Grande Maestra del Rito d'adozione, cioè della Loggia riservata alle donne; fatta risalire l'origine di tale massoneria ai profeti biblici Enoch ed Elia, secondo una tradizione che vedeva nell'intervento di quei due profeti la premessa a un radicale mutamento della vita, con la successiva venuta di un "papa angelico" o dello stesso Cristo, Cagliostro sosteneva che scopo del Rito Egizio fosse la rigenerazione fisica e spirituale dell'uomo, il suo ritorno alla condizione precedente alla caduta provocata dal peccato originale, ottenuta, dal Gran Cofto e dai dodici Maestri che lo avrebbero assistito, con ottanta giorni di attività iniziatiche.
Per i nuovi aderenti, naturalmente, i tempi per raggiungere la perfezione sarebbero stati molto più lunghi: solo al dodicesimo anno di appartenenza, sarebbero potuti diventare maestri e prendersi cura dei nuovi iniziati. Ma solo lui, il Gran Cofto, rimaneva depositario di un mysterium magnum il cui contenuto è rimasto effettivamente avvolto nel mistero.
Con questo ambizioso programma Lorenza e Giuseppe, il quale per l'occasione si fa chiamare conte Phenix, giungono il 20 ottobre 1784 a Lione, dove esistono numerose Logge massoniche; Cagliostro riesce a procurarsi fra di esse i dodici maestri che gli abbisognavano subito e, comprato un terreno nell'attuale avenue Morand, provvede a far costruire la sede della sua Loggia, "La sagesse triomphante". I lavori erano ancora in corso quando i due coniugi partirono per Parigi, decisi a raggiungere il traguardo finale: il riconoscimento, da parte della Chiesa cattolica, del suo Rito Egizio.
Giunti a Parigi il 30 gennaio 1785, prendono un alloggio nel Palais Royal, di proprietà del duca Luigi Filippo II di Borbone-Orléans (1747-1793), Gran Maestro della Massoneria francese e futuro Filippo Egalité, fonda in fretta due Logge, una per gli uomini e l'altra per le donne, entrambe frequentate da aristocratici. Tutto sembra andare per il giusto verso quando un evento inaspettato mandò all'aria i suoi piani.
Lo scandalo della collana
È nota la vicenda passata alla storia come lo scandalo della collana: nel 1774 il gioielliere di corte Boehmer aveva realizzato una elaboratissima collana di diamanti, del valore di 1.600.000 livres - poco meno di cento milioni di euro - una somma che forse solo una regina avrebbe potuto spendere, ma Maria Antonietta rifiutò l'acquisto. A questo punto entrarono in gioco due avventurieri, il conte e la contessa de la Motte, che organizzarono una truffa ai danni del cardinale de Rohan, convincendolo ad acquistarla per farne dono alla regina, riconquistandone così la sua amicizia - e forse anche altro - perduta dopo la gaffe da lui commessa nei confronti di Maria Teresa, madre della regina francese.
La collana, consegnata dall'inconsapevole cardinale a un complice dei due aristocratici imbroglioni, finì nelle mani del conte de la Motte, che cercò di venderla, smembrata, in Inghilterra ma la truffa fu scoperta e i colpevoli arrestati: la contessa de la Motte, per attenuare le sue responsabilità, accusò Cagliostro di essere l'ideatore del raggiro. Arrestato con la moglie il 22 agosto 1785, Cagliostro fu incarcerato nella Bastiglia.
Fu difeso dai migliori avvocati di Parigi, uno dei quali lo aiutò a scrivere in francese un suo Memoriale, di fatto un riassunto del tutto inattendibile della sua vita dalla nascita al suo arresto. Il 31 maggio 1786 il Parlamento di Parigi riconobbe l'innocenza dei due italiani, insieme con quella del cardinale, ma una lettre de cachet del re ordinò loro di lasciare Parigi entro otto giorni e la Francia entro venti; e così, il 19 giugno, Lorenza e Giuseppe s'imbarcarono da Boulogne per Dover.
Il declino
A Londra Cagliostro dovette fronteggiare una campagna di stampa scatenata contro di lui dal Courier de l'Europe, un giornale controllato dal governo francese, che per tre mesi rivangò il burrascoso passato di Cagliostro e Serafina, anzi - il giornalista Theveneau, l'autore degli articoli, era effettivamente ben informato - di Giuseppe Balsamo e di Lorenza Feliciani, le sue origini oscure, l'uso di molti nomi e di molti titoli, i veri e presunti imbrogli e i non rari arresti; Cagliostro, nel novembre 1786, rispose con la Lettera del conte di Cagliostro al popolo inglese per servire in seguito alle sue memorie in cui ammetteva: «non sono conte, né marchese, né capitano. La mia vera qualifica è inferiore o superiore a quelle che mi sono state date? È ciò che forse un giorno il pubblicò saprà! Intanto, non mi si può rimproverare d'aver fatto quel che fanno i viaggiatori che vogliono mantenere l'anonimato. Gli stessi motivi che mi hanno indotto ad attribuirmi vari titoli, mi hanno condotto a cambiare più volte il mio nome [...] Nessun registro di polizia, nessuna testimonianza, nessuna inchiesta della polizia della Bastiglia, nessun rapporto informativo, nessuna prova hanno potuto stabilire che io sia quel Balsamo! Nego di essere Balsamo!».
Il Castello di Bienne
Il Castello di Bienne
Ma intorno a lui si va facendo il vuoto: lasciata Londra per Hammersmith nel marzo del 1787, dà lezioni di alchimia e subisce altri infortuni: un suo allievo sostituisce, a sua insaputa, il metallo che Cagliostro doveva "trasmutare" con del semplice tabacco e stranamente la trasmutazione si verifica lo stesso, con gran scandalo dell'allievo che gli rinfaccia la truffa, mentre intanto i suoi collaboratori massoni di Lione lo rimproverano di spendere per sé il denaro della Loggia. È nuovamente tempo di cambiare aria: il 5 aprile 1787, questa volta senza la moglie, raggiunge Bienne, in Svizzera.
Mentre è ospite del banchiere Sarasin, Lorenza, che è rimasta a Londra per liquidare i beni lì posseduti, viene avvicinata dal giornalista del Courier de l'Europe, al quale raccontò di maltrattamenti subiti dal marito e degli impedimenti che lui le poneva di professare la religione cattolica. Una volta raggiunto Cagliostro in Svizzera, Lorenza ritrattò tutto pubblicamente ma tutto riconfermò in una lettera spedita ai genitori, a Roma, lettera che verrà mostrata come prova a carico di Cagliostro durante il processo.
Nello stesso periodo in cui Balsamo era in Svizzera, Goethe, nel suo lungo viaggio in Italia, il 2 aprile sbarcava a Palermo proveniente da Napoli; curioso di raccogliere notizie di prima mano sulle origini del nostro famosissimo avventuriero, contattò il barone Antonio Vivona, rappresentante legale della Francia in Sicilia, dal quale prese visione dell'albero genealogico della famiglia Balsamo e della «perfetta identità di Cagliostro e Balsamo».
La testimonianza di Goethe
Goethe, che scrive di considerare Cagliostro «un briccone» e le sue avventure delle «ciurmerie», volle rendere visita alla madre e alla sorella, spacciandosi per «un inglese che doveva portare ai famigliari notizie di Cagliostro, giunto di recente a Londra».
Abitavano in una misera casa di Palermo, composta di un solo grande locale, ma pulita, abitata dalla madre, dalla sorella di Giuseppe, vedova, e dai suoi tre figli. La sorella si lamentò di Giuseppe, che le doveva da anni una forte somma: da «quando era partito in gran fretta da Palermo, ella aveva riscattato per lui certi oggetti impegnati, ma da quel momento non si era fatto più vivo e non le aveva mandato né denaro né sussidi di alcun genere sebbene, a quanto si diceva, possedesse grandi ricchezze e conducesse una vita principesca. Ella chiedeva perciò se potevo prometterle, tornando in patria, di rammentargli con garbo quel debito e ottenere che le concedesse un aiuto finanziario».
Gli consegnarono una lettera per Cagliostro e, nel congedarsi, la madre lo pregò di dire al figlio «quanto mi hanno resa felice le notizie che Ella ci ha portato. Gli dica che lo tengo chiuso nel mio cuore così - e a questo punto spalancò le braccia e se le strinse al petto - che ogni giorno nelle mie devozioni prego per lui Dio e la Santa Vergine, che gli mando la mia benedizione, insieme a sua moglie, e che prima di morire vorrei solo che questi occhi, che tante lacrime hanno versato per amor suo, lo potessero rivedere». Lo invitarono a tornare a Palermo per la festa di Santa Rosalia - «gli mostreremo ogni cosa, andremo a sederci nel palco per ammirare meglio il corteo; e come gli piacerà il grande carro e soprattutto la fantastica luminaria!» e, quando fu uscito, «corsero sul balcone della cucina che dava sulla strada, mi chiamarono e mi fecero grandi cenni di saluto».
Goethe non li rivedrà più ma mandò poi, di sua tasca, la somma richiesta dalla sorella, 14 once d'oro, e pubblicò un ritratto di Cagliostro nell'opera Der Grosskophta.
Il ritorno in Italia
Intanto Cagliostro, in Svizzera, litiga con uno degli ultimi amici rimastigli, il pittore Loutherbourg, che lo accusa di insidiargli la moglie; si guadagna da vivere facendo il guaritore ma l'ambiente della cittadina svizzera è troppo angusto per lui, abituato a ben altri palcoscenici: il 23 luglio 1788 parte con Lorenza per Aix-les-Bains, di qui vanno a Torino ma ne vengono immediatamente espulsi e allora si recano a Genova passando, in settembre, per Venezia, poi per Verona e di qui nei territori imperiali, soggiornando un mese a Rovereto per poi raggiungere la città di Trento il 21 novembre.
A Trento è ben accolto dallo stesso principe-vescovo, Pietro Vigilio Thun, ed egli stesso mostrò grande deferenza nei confronti della confessione cattolica; giustificò la sua appartenenza alla Massoneria, spiegando di non averla mai considerata contraria alla fede religiosa e si dichiarò pronto ad andare a Roma, purché munito di salvacondotto. E a Roma, al cardinale Ignazio Boncompagni Ludovisi, il 25 marzo 1789 scrive il vescovo di Trento, sostenendo che Cagliostro si è ravveduto e che la moglie «se ne vive in continui mentali spasimi, ardendo da un canto di costì rivedere il cadente quasi ottuagenario genitore, e dall'altro temendo che l'intollerante consorte non torni, non esaudito, nel pristino disordine, con evidente pericolo di perdervi l'anima». E al vescovo trentino il cardinale rispose il 4 aprile che «non avendo il signor Cagliostro alcun pregiudizio nello Stato Pontificio, non ha Egli bisogno del salvacondotto».
Rassicurato da questa lettera e comunque provvisto di un salvacondotto rilasciatogli dal vescovo Thun, oltre che di lettere di raccomandazione indirizzate a cardinali romani, il 17 maggio Cagliostro parte da Trento con Lorenza e dopo dieci giorni sono a Roma.
Avvicinato un giorno da due spie del Governo pontificio, tali Matteo Berardi e Carlo Antonini, che gli chiesero di accoglierlo nella Massoneria, Cagliostro, senza sospettare di nulla, fece loro compiere le cerimonie iniziatiche, violando così la norma dello Stato pontificio che vietava, pena la morte, l'organizzazione di società massoniche. I due iniziati, soddisfatti di quanto avevano visto e ascoltato, sparirono prima di versare la quota di adesione. Curiosamente, Cagliostro riuscì ad affiliare alla Massoneria un frate cappuccino, Francesco Giuseppe da San Maurizio.
Arresto, processo e condanna di Cagliostro
In settembre, la moglie Lorenza denunciò Cagliostro al parroco di Santa Caterina della Rota, e la denuncia venne trasmessa il 5 dicembre al Sant'Uffizio: all'ultimo momento, Lorenza si era rifiutata di firmarla, ma venne ugualmente acquisita; il 27 novembre il padre di Lorenza, Giuseppe Feliciani e la spia Carlo Antonini avevano già denunciato Cagliostro. La decisione dell'arresto di Cagliostro - ma furono arrestati anche la moglie e fra' Giuseppe - fu presa ai massimi livelli, dopo una riunione del papa Pio VI con il Segretario di Stato a altri cardinali: nella notte del 27 dicembre 1789 Cagliostro viene rinchiuso in Castel Sant'Angelo, Lorenza nel convento di Sant'Apollonia a Trastevere e il cappuccino nel convento dell'Ara Coeli.
Le imputazioni contro Cagliostro sono gravissime: consistono nell'esercizio dell'attività di massone, di magia, di bestemmie contro Dio, Cristo, la Madonna, i santi, contro i culti della religione cattolica, di lenocinio, di falso, di truffa, di calunnia e di pubblicazione di scritti sediziosi: se provate, comporterebbero la pena di morte. Esse sono fondate in gran parte sulle dichiarazioni della moglie e su scritti e dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni da Cagliostro; la linea difensiva dell'avvocato di Cagliostro, Carlo Costantini, consiste nel far considerare il suo assistito un semplice ciarlatano, in modo da eliminare tanto ogni credibilità che ogni serietà su quanto Cagliostro avesse mai scritto e sostenuto, relativamente almeno alle sue posizioni ideologiche, che sono quelle considerate di maggiore gravità, dal momento che esse pongono Cagliostro nella posizione di eresiarca; per il resto, occorre far passare Lorenza come una prostituta, una donna immorale e pertanto inattendibile: lei, «moglie, complice impunita e prostituta non può sicuramente somministrare non già una prova, ma nemmeno un indizio per aprire l'inquisizione», dal momento che, secondo la difesa di Cagliostro, ella intenderebbe accusare il marito per ricrearsi un'innocenza che non può appartenerle perché, se fosse vero quanto sostiene, anch'ella sarebbe colpevole quanto il marito.
Stabilito che gli ordinari rituali massonici sono di per sé suscettibili dell'accusa di eresia, quelli della Massoneria Egizia di Cagliostro sono giudicati certamente eretici e a conferma di questo assunto, negli interrogatori Cagliostro viene trascinato in discussioni teologiche: l'ignoranza di Cagliostro intorno alle nozioni più elementari di catechismo finisce per aggravare, agli occhi dei giudici del Sant'Uffizio, la sua posizione. Consapevole della situazione disperata in cui si trova, il 14 dicembre 1790
Cagliostro scrive al papa:
«Beatissimo Padre,
Giuseppe Balsamo, proteso ai piedi della S. V., reo di essere fondatore di una società massonica (senza però che sapesse che sì fatte società fossero proibite dalla Santa Sede) alla quale società diede una Costituzione non composta da lui, ma cavata da un libro manoscritto che gli venne alle mani in Inghilterra, sotto il nome di Giorgio Cofton, purgato da lui, come credette da tutto ciò che vi era di cattivo, e ben si persuadeva di averlo fatto quanto bastasse perché, data da leggere la detta costituzione al cardinal di Rohan e all'arcivescovo di Bourges, non fu da essi avvertito che vi fosse dentro qualche cosa di male, ma fu soltanto dal secondo consigliato a levarvi le due quarantene per la rigenerazione fisica e morale come due inezie, delle quali due pratiche perciò non ne ha mai fatto uso.
Ora, istruito dal P. Contarini che nella costituzione suddetta vi sono cose cattive e contrarie alla S. Fede Cattolica, da lui ritenuta mai sempre fermamente nel cuore, egli le detesta e si protesta disposto ad abiurarle tutte nella maniera che gli sarà imposta dal S. Tribunale, ed a subire quelle pene che merita il suo gravissimo fallo; e pentito di vero cuore ne domanda umilmente perdono al Signore e lo spera dalla sua infinita misericordia, benché se ne riconosca indegno.
Indi, rivolto alla Paterna clemenza della Santità Vostra, implora con calde lagrime pietà solamente per l'anima sua, supplicandola di da rimedio allo scandalo gravissimo da lui dato al Mondo, ancorché questo si debba fare con lo strazio più crudele e pubblico della sua persona.
Della Santità Vostra indegnissimo figlio Giuseppe Balsamo peccatore pentito».
Il 7 aprile 1791 il Sant'Uffizio emise la sentenza:
«Giuseppe Balsamo reo confesso e respettivamente convinto di più delitti, è incorso nelle censure e pene tutte promulgate contro gli eretici formali, dommatizzanti, eresiarchi, maestri e seguaci della magia superstiziosa, come pur nelle censure e pene stabilite tanto nelle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII e Benedetto XIV contro quelli che in qualunque modo favoriscono e promuovono le società e conventicole de' Liberi Muratori, quanto nell'Editto di Segreteria di Stato contro quelli che di ciò si rendano debitori in Roma o in alcun luogo del Dominio Pontificio.
A titolo però di grazia speciale, gli si commuta la pena della consegna al braccio secolare nel carcere perpetuo in una qualche fortezza, ove dovrà essere strettamente custodito, senza speranza di grazia. E fatta da lui l'abjura come eretico formale nel luogo della sua attual detenzione, venga assoluto dalle censure, ingiungendogli le dovute salutari penitenze.
Il libro manoscritto che ha per titolo Maçonnerie Égyptienne sia solennemente condannato come contenente riti, proposizioni, dottrina e sistema che spiana una larga strada alla sedizione, ed è distruttivo della religion cristiana, superstizioso, blasfemo, empio ed ereticale. E questo libro stesso sia pubblicamente bruciato dal ministro di giustizia insieme cogl'istromenti appartenenti alla medesima setta. Con una nuova Costituzione Apostolica si confermeranno e rimuoveranno non meno le Costituzioni de' Pontefici Predecessori, quanto anche l'accennato Editto di Segreteria di Stato proibitivi delle Società e Conventicole de' Liberi Muratori, facendosi nominatamente menzione della Setta Egiziana, e dell'altra volgarmente chiamata degli Illuminati, con stabilirsi contro tutti le più gravi pene corporali e segnatamente quelle degli eretici contro chiunque o si ascriverà o presterà a favore di tali sette».
Il cappuccino Francesco Giuseppe di San Maurizio è condannato a dieci anni, da scontare nel suo convento dell'Ara Coeli; Lorenza, la cui testimonianza è stata determinante per la condanna di Cagliostro, è assolta: rimase tuttavia per quindici anni nello stesso convento di Sant'Apollonia. Dal 1806 fu la portinaia del Collegio Germanico di piazza Sant'Apollinare, dove morì d'infarto l'11 maggio 1810.
Prigionia e morte
Dopo aver abiurato il 13 aprile 1791, Cagliostro venne trasferito a San Leo, nelle Marche, per esservi rinchiuso nella storica Rocca, progettata da Francesco di Giorgio Martini per conto di Federico da Montefeltro: vi arriva il 20 aprile. L'11 settembre viene trasferito dalla già misera cella cui era stato assegnato nella peggiore che si fosse potuta ricavare: chiamata il Pozzetto, perché priva di porta - il detenuto fu calato da una botola del soffitto - di dieci metri quadrati, munita di una finestrella appena più larga di una feritoia, con una triplice serie di sbarre da cui si poteva vedere a stento un fazzoletto di cielo.
Ma iniziò presto a dare segni di instabilità psichica, segnata da violente ribellioni e da crisi mistiche, nella tremenda solitudine di quel buco oscuro e umido. Il mondo è tutto nella vaga immagine del guardiano che dal soffitto gli cala il cibo due volte al giorno, nel tavolaccio dove sta sdraiato quasi tutte le ore di un giorno che poco o nulla si differenzia dalla notte, nella finestrella a cui a volte si aggrappa e urla una disperazione a cui è negata ogni pietà. Quando ha di questi sfoghi, si materializzano i guardiani dal soffitto: scendono, e sono pugni, calci, bastonate, grida, lamenti e pianti. Forse, gli stessi ricordi dei successi mondani, della ricchezza pur sordidamente acquistata e facilmente dissipata, delle celebrità frequentate, che dovevano spesso tornargli nella mente, potevano soltanto acuire la desolazione della presente miserabile condizione.
Dalla disperazione all'ebetudine, dalla rabbia all'apatia e alle illusioni: nel dicembre del 1793 ottiene il permesso di scrivere al papa. Spera di convincerlo del suo pentimento, ma vi scrive di avere visioni che lo fanno ritenere un santo, scelto da Dio perché predichi al mondo la necessità di un generale ravvedimento. Naturalmente, non viene preso sul serio e continua a dipingere, ora immagini devote, ora blasfeme, seguendo le diverse ispirazioni della speranza e della rabbia impotente.
Solo la morte può liberarlo dal carcere e quella, finalmente, giunge pietosa: il 23 agosto 1795 è trovato semiparalizzato nel suo tavolaccio. Scrive il cappellano della fortezza, fra' Cristoforo da Cicerchia:
«Restò in quello stato apoplettico per tre giorni, ne' quali sempre apparve ostinato negli errori suoi, non volendo sentir parlare né di penitenza né di confessione. Infine de' quali tre giorni Dio benedetto giustamente sdegnato contro un empio, che ne aveva arrogantemente violate le sante leggi, lo abbandonò al suo peccato ed in esso miseramente lo lasciò morire; esempio terribile per tutti coloro che si abbandonano alla intemperanza de' piaceri in questo mondo, e ai deliri della moderna filosofia. La sera del 26 fu tolto dalla sua prigione per ordine de' suoi superiori, e fu trasportato al ponente della spianata di questa fortezza di S. Leo, ed ivi fu sepolto come un infedele, indegno dei suffragi di Santa Chiesa, a cui non aveva quell'infelice voluto mai credere».
Cagliostro morì dunque il 26 agosto 1795, verso le 22,30; fu sepolto senza cassa, nella nuda terra e senza alcuna indicazione, ma del luogo si conservò memoria per qualche tempo: le truppe polacche, alleate dei francesi, che nel dicembre del 1797 conquistarono senza incontrare resistenza la Rocca, liberando i prigionieri, scoprirono anche il cadavere, dandogli forse una più decorosa sepoltura e forse anche conservando qualche reliquia da quelle povere ossa.

Claudio
 
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Cagliostro (1 di 4)

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27/03/2012 20:24 commenti (0)