L'esoterismo di Dante * http://goo.gl/8kQH2 * è un libro pubblicato nel 1925 da René Guénon, * http://goo.gl/2El3h * ... vedi il file sottostante ... nel quale questi sostiene che Dante Alighieri sarebbe stato membro di un ordine iniziatico e che, scrivendo la Divina Commedia, avrebbe voluto lasciare ai lettori della sua opera un messaggio dottrinale nascosto nei versi.
Il messaggio nascosto nel poema sarebbe ricco di parallelismi massonici ed ermetici e come tale potrebbe essere letto e capito solo dagli iniziati, che disporrebbero delle giuste chiavi di lettura dei testi sacri ed antichi. A partire dai versi dell'Inferno, O voi ch'avete li'ntelletti sani, mirate la dottrina che s'asconde sotto 'l velame de li versi stranil'autore ritiene che coloro che posseggono li'ntelletti sani sarebbero gli "iniziati", i quali potrebbero scoprire la dottrina insita sotto il velame del poema.
Gli studiosi concordano nel riconoscere sotto il senso letterale del racconto poetico, un significato filosofico-teologico ed anche politico. René Guénon sostiene inoltre che le tre cantiche della Divina Commedia
rappresenterebbero il percorso iniziatico: l'Inferno rappresenterebbe il mondo profano, ovvero abitato da persone che non avrebbero ricevuto l'iniziazione; il Purgatorio riferirebbe le prove iniziatiche ed il Paradiso sarebbe la residenza degli "illuminati".
Nel "regno degli illuminati", Dante citò i Principi celesti, che sarebbero identificabili con uno dei gradi della Massoneria scozzese e il grado di "Scozzese trinitario" sarebbe riferito il numero tre, ricorrente nel poema dantesco e riferito alla Trinità.
Lo stesso numero tre comparirebbe inoltre ripetutamente nel percorso iniziatico: tre sono i principi massonici (libertà, uguaglianza e fratellanza), tre le virtù teologiche (fede, speranza e carità) e tre gli elementi alchemici (zolfo, mercurio e sale), necessari per creare la "grande opera".
Guénon sottolineava inoltre che il viaggio di Dante attraverso i mondi o cicli cosmici avviene durante la settimana santa cioè, nel momento dell'anno liturgico che corrisponde all'equinozio di primavera, il periodo riservato alle iniziazioni dei Catari.
Con queste parole [ Inferno, IX, 61-63], Dante indica in modo molto esplicito che nella sua opera vi èun senso nascosto, propriamente dottrinale, di cui il senso esteriore e apparente è soltanto un velo, eche deve essere ricercato da coloro i quali sono capaci di penetrarlo. Altrove, il poeta va più lontanoancora, poiché dichiara che tutte le scritture, e non soltanto quelle sacre: «si possono intendere edebbonsi sponere massimamente per quattro sensi» [ Convito, t. II, cap. 1°]. È evidente, d’altronde, chequesti diversi significati non possono in nessun caso distruggersi od opporsi, ma debbono invececompletarsi ed armonizzarsi come le parti di uno stesso tutto, come gli elementi costitutivi di una sintesiunica.Così, che la Divina Commedia, nel suo insieme, possa interpretarsi in più sensi, è una cosa che nonpuò essere messa in dubbio, poiché abbiamo a tal riguardo proprio la testimonianza del suo autore,sicuramente meglio qualificato di ogni altro per informarci delle sue intenzioni. La difficoltà cominciasolamente quando si tratta di determinare questi diversi significati, soprattutto i più elevati o i piùprofondi, e anche a tal riguardo cominciano naturalmente le divergenze di vedute fra i commentatori. Questi si trovano generalmente d’accordo nel riconoscere, sotto il senso letterale del racconto poetico,un senso filosofico, o piuttosto filosofico-teologico, ed anche un senso politico e sociale; ma, con il sensoletterale stesso, non si arriva così che a tre sensi, e Dante ci avverte di cercarne quattro; quale édunque il quarto? Per noi, non può essere che un senso propriamente iniziatico, metafisico nella suaessenza, ed al quale si riattaccano molteplici dati, i quali senza essere tutti d’ordine puramentemetafisico, presentano un carattere ugualmente esoterico. È precisamente in ragione di questo carattereche un tal senso profondo è completamente sfuggito alla maggior parte dei commentatori; e tuttavia, seviene ignorato o misconosciuto, gli altri sensi stessi non possono essere afferrati che parzialmente,poiché esso è come il loro principio, nel quale la loro molteplicità si coordina e si unifica.Coloro stessi che hanno intravisto questo lato esoterico dell’opera di Dante si sono molto ingannatiquanto alla sua vera natura, dato che, il più delle volte, non avevano la reale comprensione di questecose, e dato che la loro interpretazione risentiva di pregiudizi che era loro impossibile evitare. Così Rossetti e Aroux, che furono fra i primi a segnalare l’esistenza di questo esoterismo, credettero poterconcludere all’«eresia» di Dante, senza rendersi conto che così mischiavano delle considerazioniriferentisi a dominii del tutto differenti; la verità è che, pur sapendo certe cose, ve ne sono molte altreche essi ignoravano e noi cercheremo di indicarle, senza avere affatto la pretesa di dare un’esposizionecompleta di un soggetto che sembra veramente inesauribile.La questione per Aroux si è posta in questi termini: Dante fu cattolico o albigese? Per altri, essasembra piuttosto porsi nel modo seguente: fu cristiano o pagano [Cf. Arturo Reghini, L’Allegoriaesoterica di Dante, nel «Nuovo Patto», settembre-novembre 1921, pp. 541-548]? Da parte nostra, nonpensiamo che questo sia il punto di vista da cui porsi, poiché il vero esoterismo è una cosa del tuttodifferente dalla religione esteriore, e, se ha qualche rapporto con questa, non può essere che in quantotrova nelle forme religiose un modo d’espressione simbolico; d’altronde, importa poco che queste formesiano quelle di tale o di tal’altra religione, poiché ciò di cui si tratta è l’unità dottrinale essenziale la qualesi dissimula dietro la loro apparente diversità.
Tale è la ragione per cui gli iniziati antichi partecipavanoindistintamente a tutti i culti esteriori, secondo i costumi stabiliti nei diversi paesi dove si trovavano; ed èanche perché Dante vedeva questa unità fondamentale, e non per l’effetto di un «sincretismo» su-perficiale, che ha usato indifferentemente, secondo i casi, un linguaggio preso sia dal cristianesimo e siadall’antichità greco-romana. La metafisica pura non è né pagana né cristiana, è universale; i misteriantichi non erano paganesimo, ma vi si sovrapponevano [Dobbiamo anche dire che preferiremmo unaltro termine a quello di «paganesimo», imposto da un lungo uso, ma che all’origine fu soltanto untermine di disprezzo applicato alla religione greco-romana quando questa, all’ultimo grado della suadecadenza, si trovò ridotta allo stato di semplice «superstizione» popolare]; e parimenti, nel medio-evo,vi furono organizzazioni il cui carattere era iniziatico e non religioso, ma che avevano la loro base nelcattolicesimo. Se Dante appartenne a qualcuna di queste organizzazioni, il che ci sembra incontestabile,non è dunque questa una ragione per dichiararlo «eretico»; coloro che pensano in tal modo hanno delmedio evo una idea falsa o incompleta; non ne vedono per così dire che l’esteriore, poiché, per tutto ilresto, non vi è più nulla nel mondo moderno che possa servir loro da termine di paragone.Se tale fu il carattere reale di tutte le organizzazioni iniziatiche, non vi furono che due casi per i qualil’accusa di «eresia» potette essere portata contro alcune di esse o contro qualcuno dei loro membri, eciò per nascondere altre accuse molto meglio fondate o per lo meno più vere, ma che non potevanoessere formulate apertamente. Il primo di questi due casi è quello per cui alcuni iniziati hanno potutoabbandonarsi a divulgazioni inopportune, a rischio di gettare disturbo negli spiriti non preparati allaconoscenza delle verità superiori, ed anche di provocare disordini dal punto di vista sociale; gli autori disimili divulgazioni avevano il torto di creare essi stessi una confusione fra i due ordini esoterico eexoterico, confusione che, insomma, giustificava sufficientemente il rimprovero di «eresia»; e questocaso si è presentato diverse volte nell’Islam [Facciamo specialmente allusione al celebre esempio diEl-Hallaj, messo a morte a Baghdad nell’anno 309 dell’Egira (921 dell’era cristiana), e la cui memoria èvenerata da coloro stessi che stimano che fu condannato giustamente per le sue imprudentidivulgazioni], dove tuttavia le scuole esoteriche non incontrano normalmente alcuna ostilità da partedelle autorità religiose e giuridiche rappresentanti l’exoterismo. In riguardo al secondo caso, è quello percui la stessa accusa fu semplicemente presa a pretesto da un potere politico per rovinare degli avversariche esso stimava tanto più temibili quanto più erano difficili a raggiungere con i mezzi ordinarii; ladistruzione dell’ordine del Tempio ne è l’esempio più celebre, e questo avvenimento ha precisamente unrapporto diretto col soggetto del presente studio.
In questo articolo approfondirò un argomento cui ho accennato spesso negli articoli precedenti, ovverosia il ruolo di Dante nell’esoterismo rosacrociano, che si riflette sul simbolismo di molti delitti della nostra storia recente. Dante apparteneva ad una organizzazione segreta, quella del Fedeli d'Amore, di diretta derivazione templare e rosacrociana, e in alcuni siti templari si afferma che avesse il grado di cavaliere kadosh; ora, se tre indizi fanno una prova, qui se ne hanno molti di più, (99, cioè 33 per tre).
D’altronde Dante viveva in un’epoca dove anche solo mettere in dubbio la verginità della Madonna era sufficiente per essere messi al rogo; logico quindi che chi voleva professare idee diverse doveva farlo in segreto, e celando sotto un linguaggio metaforico le sue vere idee.
Quindi tutta la Divina Commedia è un’immensa epopea rosacrociana, comprensibile solo agli iniziati.
Se è impossibile per dei profani come noi capirne il messaggio segreto finale, tuttavia è senz’altro possibile capire il simbolismo immediato e visibile.
2. San Bernardo.
Iniziando da San Bernardo, è noto che costui è il creatore della regola dei Templari. E’ quindi uno dei santi più importanti per la massoneria e per i Rosacroce. Non a caso Dante lo colloca come sua guida, che al trentesimo canto prende il posto di Beatrice. E’ San Bernardo che porta Dante fino a Dio, il che significa che è addirittura più importante di Beatrice. Mettere in dubbio che Dante fosse un templare, o scrivere che San Bernardo è stato scelto perché è “molto devoto alla Vergine” è ridicolo più o meno come dire che scelse Beatrice perché aveva due gran belle tette. San Bernardo infatti è uno dei co-fondatori di quell’ordine segreto, iniziatico, sterminato nel 1300 da Filippo il Bello, e che è tuttora l’ordine più segreto e potente al mondo.
D’altronde dobbiamo tenere presente che Dante non fa nulla a caso, e nulla del suo poema è scelto senza un motivo ben preciso. A maggior ragione la scelta di San Bernardo, che è la figura più importante del poema, superiore addirittura a quella di Beatrice.
Solo una critica letteraria ottusa e incapace di andare al di là delle apparenze ha saputo per secoli affermare che Beatrice è la figura più importante del poema, per poi liquidare San Bernardo con due parole, praticamente identiche in ogni commento, secondo cui costui sarebbe il simbolo della contemplazione.
3. I templari e la vendetta templare.
Si parla talvolta di vendetta templare, con riferimento al fatto che quando il gran maestro dei templari Jacques de Molay andò al rogo, il venerdì 13 ottobre (da cui il famoso “venerdì 13” che porta sfortuna) maledisse il papa Clemente V e l’imperatore Filippo il Bello, che morirono entro poco tempo in circostanze abbastanza anomale, che hanno fatto nascere la leggenda della vendetta templare.
Dante non cita mai espressamente i Templari e la loro vicenda, nonostante conoscesse bene, ovviamente la dottrina templare, e pare fosse addirittura a Parigi quando fu arso Jacques De Molay. Probabile che il vero motivo stia nel fatto che non voleva scoprirsi troppo, oltre al fatto che tutta l’opera è ispirata alla tradizione e alla sapienza templare; in effetti, ponendo San Bernardo come sua guida finale, Dante non poteva essere più esplicito riguardo a ciò che pensava del processo ai Templari e alla loro presunta “eresia”.
Tuttavia in un passo della Commedia si accenna alla vicenda templare, lì dove dice che “il nuovo Pilato sì crudele, che ciò nol sazia, ma senza decreto porta nel tempio le cupide vele. O signor mio, quando sarò io lieto, a veder la vendetta che nascosa, fa dolce l’ira tuo nel tuo segreto?” (Purgatorio, canto XX, 86-96). Versi di non facile interpretazione, ma che alludono al fatto che senza motivo (o meglio, senza decreto papale, unica autorità da cui i Templari discendevano; “senza decreto”) Filippo il Bello sterminò l’Ordine del Tempio, e che prima o poi arriverà la vendetta (vendetta nascosa, cioè nascosta, come sono in genere nascoste tutte le morti per contrappasso di tipo massonico, fatte passare per suicidi o incidenti).
La vendetta templare, quindi, ancor oggi attuale e praticata.
Il rapporto coi Templari poi è indirettamente confermato anche dal giudizio che Dante dà di Clemente V, definito nell’Inferno un “pastor senza legge”, e, nel Purgatorio, “puttana sciolta” (in tutto Clemente V viene nominato 6 volte, e sempre presentato in modo pessimo).
Nel canto 30 del Paradiso Beatrice è descritta nell’Empireo, contornata e protetta dal “convento delle bianche stole”, che, secondo una versione, potrebbero essere le bianche stole dei cavalieri templari.
Nel canto 27 del Purgatorio, v. 15 e ss., invece, Dante si dice spaventato dal fuoco, perché gli ricorda “umani corpi già veduti accesi”. Ora, è difficile pensare che Dante sia spaventato per un semplice fuoco, dato che era già passato per l’inferno e per prove peggiori; lo spavento potrebbe invece essere dovuto al fatto che il ricordo riguarda qualcosa che lo toccò profondamente, probabilmente il rogo in cui morì Jacques de Molay, secondo alcuni commentatori, cui pare che Dante avesse assistito personalmente.
4. La Candida Rosa
I beati, nel paradiso, sono disposti in forma di Candida Rosa. E gli ultimi canti del Paradiso sono tutti incentrati sulla descrizione della rosa e di Dio.
La rosa quindi ha un valore centrale per tutto il poema, e su questo mi pare non ci sia molto altro da dire. Tutto il poema dantesco è un viaggio per arrivare alla candida rosa e alla conoscenza di Dio e gli ultimi canti del Paradiso sono interamente dedicati alla descrizione di questa candida rosa. Non è azzardato affermare che tutto il poema è un viaggio per arrivare alla Rosa.
Così come nella Golden Dawn e nelle altre organizzazioni rosacrociane o templari il percorso iniziatico tende alla conoscenza e alla sapienza, fino a che non si raggiunge la purezza della rosa, così Dante attraversa prima l’inferno (l’opera al nero), poi il purgatorio (l’opera al bianco) e poi infine il paradiso, l’opera al rosso, arrivando alla Rosa.
Questa non è una semplice analogia; è, in tutto e per tutto, un percorso rosacrociano e templare.
5. San Giovanni.
San Giovanni, festeggiato il 24 giugno, è il patrono della massoneria ma anche della Rosa Rossa.
Il motivo lo troviamo nel canto 25 del Paradiso; San Giovanni è infatti colui che “giacque nel petto del nostro Pellicano”; il Pellicano, oltre ad essere uno dei simboli fondamentali dei Rosacroce, è il simbolo di Cristo.
Ora la Rosa Rossa è il simbolo che sta al centro della croce; metaforicamente simboleggia il cuore di Cristo, e dunque anche il suo sangue (ed è per questo che è collocata al centro della croce).
San Giovanni, mettendo la testa nel petto di Cristo, simbolicamente ha messo la testa lì dove è la Rosa Rossa.
San Giovanni infatti è il simbolo della Rosa Rossa e viceversa.
6. L’aquila.
Altro simbolo rosacrociano importantissimo è l’Aquila. In diversi punti del Paradiso si parla dell’Aquila, simbolo dell’impero, contrapposta alla Croce, simbolo della Chiesa. L’aquila e la croce non sono altro che i simboli templari che erano incisi nel sigillo di un gran maestro templare nel 1200.
L’aquila inoltre è anche il simbolo di San Giovanni Evangelista.
E sono molti i canti che parlano dell’Aquila, e dei suoi rapporti con la Chiesa.
Non a caso la città de L’Aquila è un importantissimo centro templare in Italia, ed è stata costruita anticamente secondo lo schema che è proprio anche della pianta di Gerusalemme
7. Le api.
"Dat rosa mel apibus" è un motto rosacrociano famoso, che compare nel frontespizio dell'opera "Summus Bonum" dell'alchimista rosacrociano R. Fludd.
Possibile che questa famosa immagine, con il motto in latino, tragga origine da Dante, che nel canto 30 del Paradiso, dopo aver detto che la "milizia santa" siede a mò di Candida Rosa, paragona la rosa alle api (versi 7 e ss.).
Le api sono quindi anche il simbolo dei beati.
Il che, forse, spiega perché le api sono uno dei simboli rosacrociani.
8. La numerologia.
Sulla numerologia faremo un breve cenno perché la maggior parte dei commentatori in realtà ha già messo in evidenza la struttura matematica di tutta la Commedia (33 canti per tre cantiche, oltre ad una di introduzione; 9 cieli). In particolare, 9 è un numero importante per i Templari perché nove erano i fondatori tradizionali dell’Ordine del Tempio e 9 le provincie del Tempio di Occidente.
Importanti sono poi l’11 e il 3.
La Commedia è strutturata in strofe composte da 3 versi (terzine). Ogni verso ha 11 sillabe (endecasillabo). Quindi, in pratica, ogni terzina ha 33 sillabe.
Quello che pochi sanno però è che nella Commedia ricorre innumerevoli volte il numero anche 13, altro numero particolarmente importante per i Templari (Robert John, pag. 208 e ss..).
13 sono i personaggi dell’Inferno che si fanno riconoscere dicendo il loro nome; 13 sono quelli che si fanno riconoscere con perifrasi; 13 quelli che vengono riconosciuti senza avere particolari caratteristiche.
Nel canto 4 dell’Inferno, poi, quando Dante giunge al “nobile Castello” ci sono 39 personaggi (13 per 3). E tale castello (cerchiato da sette mura, a cui Dante accede per 7 porte) ha una notevole somiglianza con il castello che i Templari edificarono ad Athlith, in Palestina.
13 sono le anime che Dante incontra nelle Malebolge.
Nel canto 21 compaiono dodici lanzichenecchi dai nomi buffi (Barbariccia, Calcabrina, Libicocco, Draghignazzo, ecc…) infernali, a cui però dobbiamo aggiungere Malebranche e diventano 13.
Anche il Paradiso e il Purgatorio, senza dilungarci, sono comunque popolati di personaggi che si raggruppano sempre col numero 13.
I versi della preghiera che san Bernardo rivolge alla Vergine nell’ultimo canto del Paradiso sono 39.
Tutte le profezie della Divina Commedia distano tra loro 666 versi, o 515.
E 515 non è un numero casuale, ma è uno dei più misteriosi della Commedia, perché Dante stesso, nel canto 33 del Purgatorio, per bocca di Beatrice annuncia che verrà il giorno in cui verrà un messo di Dio, col numero 515, che farà giustizia dei delitti della Chiesa e dell’impero: “io veggio certamente, e però il narro, a darne tempo già stelle propinque, secure d’ogni intoppo e d’ogni sbarro, nel quale un cinquecento diece e cinque, messo di Dio, anciderà la fuia con quel gigante che con lei delinque”.
I versi dell’intero poema sono in tutto 14.233, la cui somma teosofica dà ancora una volta 13.
Uno studioso recente ha inoltre fatto alcuni calcoli e numerando i versi della Divina Commedia da 1 a 14233, risulta che il verso numero 1618, che è il cosiddetto numero aureo in esoterismo, corrisponde al verso 13 del canto 13 della del poema.
In altre parole, Dante ha strutturato la sua commedia con una proporzione matematica sbalorditiva.
Del resto non poteva essere diversamente, dato che i Templari si rifacevano ad un’idea, che era anche di San Bernardo, secondo cui Dio è peso, misura, e numeri e conoscere il segreto dei numeri equivale a conoscere il segreto di Dio; tale idea risale a Pitagora e sta alla base dell’esoterismo massonico ma anche rosacrociano e templare.
9 Dio.
San Bernardo conduce Dante a Dio, come abbiamo detto. Dio, lo dice espressamente Dante nel canto 33 del Paradiso, ha un’effige umana. Questo è in realtà l’insegnamento rosacrociano; se infatti la Chiesa Cattolica mette al centro della sua teoria Dio, che tutto può, e al cui cospetto noi siamo nulla, potendo solo invocare “pietà” e “misericordia”, l’insegnamento rosacrociano mette al centro l’uomo, che ha in sè le potenzialità di Dio, essendo stato creato a sua immagine e somiglianza.
L’insegnamento rosacrociano, quello puro, è ovviamente eretico visto dall’ottica di un cattolico ortodosso, ma è in realtà molto più aderente alla Bibbia e al messaggio di Cristo di quello della Chiesa Cattolica, che di questo messaggio ha fatto scempio nei secoli; in realtà chi ha stravolto il messaggio di Cristo è la Chiesa, e questo i templari lo sapevano bene e lo sanno bene tuttora.
Proprio mettendo al centro l’uomo, e la sua volontà, con la possibilità di modificare la realtà circostante, è possibile capire perché Templari e Rosacroce praticavano e praticano la magia; perché la magia non è altro che il potere di apportare modificazione alla realtà circostante, per mezzo della forza di volontà. Il che è possibile perché l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, per volontà di Dio stesso. Capacità e potenzialità che invece la Chiesa Cattolica rinnega come demoniache, nel momento in cui mette al bando maghi, cartomanti, ecc.
Nell’ultimo canto del Paradiso, quindi, viene svelata la natura di Dio; un cerchio, come un’immagine al centro: l’immagine dell’uomo. Quella circulazion, ovverosia quel cerchio, “mi parve pinta de la nostra effige”.
10 Fra' Dolcino.
Fra Dolcino era un frate che fu condannato come eretico e messo al rogo, fondatore di una setta chiamata i Dolciniani. In teoria, quindi, avere simpatie per Fra Dolcino a quei tempi equivaleva ad essere fuori dalla Chiesa.
Uno dei più commoventi passi dell’Inferno è quello in cui Maometto dice a Dante di avvertire fra' Dolcino che si armi, se vuole resistere alla crociata che verrà condotta in futuro contro di lui. Questo passo, anche se molti commentatori lo interpretano come se Dante avesse voluto mettere Fra Dolcino fra gli eretici, richiama tutt’altro.
Leggendolo senza pregiudizi, sembra invece un avvertimento, un voler evitare l’inevitabile; ma voler evitare qualcosa a qualcuno è una manifestazione di affetto, ed è questo infatti che si percepisce leggendo quei versi: “Or dì dunque a Fra Dolcino che si armi, tu che forse vedrà il sole in breve, s’ello non vuole qui tosto seguitarmi, sì che di vivanda, che stretta di neve non rechi la vendetta al Noarese, ch’altrimenti acquistar non saria lieve”.
Ora, Fra' Dolcino era un eretico, ma la sua eresia era evidentemente vicina al pensiero di Dante; in caso contrario, non lo avrebbe avvertito di armarsi adeguatamente per non dare la vittoria al Noarese.
Uno dei tanti segni che Dante si discostava dal pensiero della Chiesa, su vari punti.
11 Beatrice.
Su Beatrice sono stati versati fiumi di inchiostro. Mi limito quindi a rimandare agli studi del Valli, il quale ritiene un vero insulto all’intelligenza pensare che Beatrice fosse un personaggio reale. Ma è anche un insulto pensare che Beatrice sia il simbolo della teologia, come dicono quasi tutti i commentatori.
Beatrice è invece probabilmente il simbolo della sapienza, la Sophia, la saggezza e la conoscenza ricercata negli ordini iniziatici; il nome non è scelto a caso, in quanto significa “colei che dà la beatitudine” e ciò che dà la beatitudine sono la conoscenza e la contemplazione.
Non a caso poi Beatrice cede il passo a san Bernardo; essendo Bernardo il fondatore della regola templare, era anche il simbolo del massimo grado dell’iniziazione. Beatrice (cioè la conoscenza, la sapienza) può farci raggiungere infatti mete elevatissime di felicità e saggezza, ma per arrivare alla conoscenza suprema c’è bisogno di essere iniziati ai massimi segreti templari e rosacrociani, il che poteva essere fatto solo da colui che dei Templari è il teorico, cioè, appunto, San Bernardo.
12. Salomone e il Tempio di Gerusalemme.
Anche riguardo a Salomone esiste un evidentissimo riferimento massonico e rosacrociano; per Dante infatti Salomone è la persona più saggia di tutta la storia dell’umanità (è definito “l’alta mente u’ si profondo saver fu messo, che se l vero è vero a veder tanto non surse il secondo”, Par. canto X, 112).
E nel canto 13 San Tommaso spiega a Dante come Cristo sia il primo tra gli uomini per natura divina, ma Salomone sia il primo per saggezza regale, e quindi il più meritevole di essere re.
Bisogna ora considerare che in realtà tutto il Paradiso è agli antipodi di Gerusalemme e di Sion. E secondo alcuni studiosi il Paradiso è addirittura il sito del Tempio di Gerusalemme, proiettato nel suo antipodo terrestre (Robert John, pag. 243).
Come dire che Gerusalemme e il Tempio di Salomone sono il luogo più importante della terra.
Ed è inutile ricordare, per chi legge questo sito, che Salomone è anche il costruttore del Tempio di Gerusalemme, da cui ha origine la leggenda di Hiram e da lì tutta la massoneria.
13 Altri riferimenti.
Altri riferimenti meno evidenti ma non per questo meno importanti (perché tutti insieme contribuiscono a formare un quadro complessivo chiarissimo) sono sparsi ovunque.
Innanzitutto che la Divina Commedia sia un’opera intellegibile a pochi, e provvista di un senso segreto, è detto nel nono canto del Paradiso, dove Dante stesso avverte che la sua dottrina è percepibile solo da chi ha un intelletto sano.
Molteplici poi sono i riferimenti al giglio e alla rosa, i due simboli rosacrociani per eccellenza, compresa la Rosa Rossa.
Nel canto 23, si legge “quivi è la rosa che l verbo divino carne si fece; quivi sono li gigli al cui odor si prese il buon cammino” che in genere viene letto come una metafora della Madonna (la rosa, che infatti spesso nella tradizione cattolica viene chiamata Rosa Mistica) e degli apostoli.
Mentre nel Purgatorio, al canto 29, v. 144 e ss., vi sono i 4 apostoli, Giacomo, Giuda, Pietro e Giovanni, e Dante ha cura di precisare che sono ornati non da gigli ma da rose rosse: “di gigli attorno al capo non faceano brolo, anzi di rose e d’altri fior vermigli”.
Si fa spesso riferimento, in tutta la Commedia, ai concetti di Fede, Speranza e Carità che sono, sì, simboli cristiani ma anche rosacrociani, come ci spiega chi di Rosacroce se ne intende.
Alcuni dignitari della massoneria scozzese si intitolano “Principe di Mercede” o Scozzese Trinitario (infatti tutto ricorda l’emblema della Trinità); la loro assemblea o capitolo si chiama Terzo Cielo; hanno per simbolo un Palladium o statua della Verità, rivestita come Beatrice dei 3 colori verde bianco e rosso (che rappresentano le 3 virtù teologali: Speranza, Fede e Carità/Amore). Verde bianco e rosso sono quindi i colori di Beatrice e sono anche i colori che verranno poi scelti per comporre la bandiera italiana (cit. da R. Guénon, "L'esoterismo di Dante").
14. Dante non era cattolico.
Dante, a quell’epoca, non poteva parlare più liberamente di come fece.
Anzi, per l’epoca, alcuni contenuti della Commedia potevano già sembrare eretici, ma probabilmente Dante faceva affidamento sull’arma più formidabile su cui poteva contare per mantenere il suo segreto: la stupidità di chi leggeva, che ha garantito fino a poco tempo fa una assoluta segretezza sul suo pensiero. E che ne garantisce la segretezza anche oggi.
Solo di recente, a partire da Giovanni Pascoli, si è cominciato a far luce sul significato esoterico della Divina Commedia, e solo di recente si è cominciato a dubitare che Dante fosse addirittura cattolico.
Il punto poi, è che se non si conosce anche solo in parte la teoria e il simbolismo dei Rosacroce e dei Templari, non ci si accorge del reale intento dell’opera dantesca.
Al contrario, per chi conosce queste organizzazioni, leggere Dante sarà, in realtà, la lettura di un viaggio iniziatico affascinante.
Risulterà però altrettanto ovvio che Dante non era cattolico. Se era cristiano, lo era nel senso rosacrociano del termine, quello più puro. Era invece contro la Chiesa Cattolica, tant’è che la sua Commedia è tuttora forse l’opera più importante per le organizzazioni segrete anticattoliche, e non a caso nei delitti dell’Ordine della Rosa Rossa e della Croce d’Oro è sempre presente un forte simbolismo dantesco.
15. Delitti moderni e simbolismo dantesco.
Il delitto più importante della storia d’Italia intriso di simbolismo rosacrociano è il delitto Moro. Infatti:
- Moro venne infatti portato al numero 9 di Via Caetani, e Caetani è, appunto, uno dei dantisti che per primi parlarono apertamente del linguaggio segreto di Dante.
Al numero 9 poi c’è il conservatorio di Santa Caterina della Rosa.
- Il delitto Moro poi parte con l’eccidio di Via Fani; e Mario Fani personaggio, viterbese, fondatore del “Circolo di Santa Rosa”.
- L’auto su cui viaggiava la scorta di Moro è una Fiat 130, ed ecco che torna il 13;
- L’avviso che arrivava l’auto della scorta fu dato al commando di presunte BR, pare, da Rita Algranati, che in mano aveva un mazzo di fiori. Chi segue questo blog sa che Santa Rita è un altro dei simboli per indicare la Rosa Rossa, in quanto è la santa delle rose rosse.
- 9 sono i comunicati che le BR rilasciarono durante il sequestro Moro, 39 la somma teosofica della data in cui venne trovato morto Moro (13 per 3).
Anche i delitti del mostro di Firenze sono intrisi di simbolismo Dantesco. Mi riferisco solo ai più immediati.
Si parte dalla città, Firenze, che ha dato i natali a Dante.
Il nome del presunto mostro, Pietro Pacciani, era il nome di uno dei figli di Dante. Ne abbiamo parlato diffusamente nell’articolo “Il mostro di Firenze, una nuova ipotesi sul movente”, quindi su questo punto non aggiungo altro.
Mentre la famosa villa al centro dell’inchiesta è situata a pochi metri da Via Dante e Via della Rose, in una via anch’essa dal significato esoterico evidente.
Thomas Harris scrisse il libro “Hannibal” come chiaro monito diretto agli investigatori che si occupavano del caso; in pratica il libro era un invito a non indagare oltre. “Conviene fermarci qui, se vogliamo continuare a vivere”, dice la frase conclusiva del romanzo. Hannibal, nel film, è un dantista esperto, e in uno dei momenti più importanti del film, parla di Dante; in particolare, tiene una conferenza sul suicidio, e sul canto in cui compare Pier della Vigna. Sembra un messaggio al procuratore Vigna, oltre che al commissario che si occupò della vicenda, Giuttari; un avvertimento che, se proseguiranno le indagini, li ritroveranno suicidati.
Benigni, che di Dante è un esperto, fa uscire nelle sale il film “Il Mostro” che già nei primi minuti del film mostra delle rose rosse, mentre il padrone di casa del protagonista si chiama Roccarotta, in assonanza con la Rosa Rossa. La data di uscita del film non è casuale; 22 ottobre 1991, cioè esattamente 13 anni dopo quel 22 ottobre in cui vennero uccisi a Calenzano (il paese dove vive Benigni) due giovani, Susanna Cambi e Stefano Baldi. Dante, la rosa, il 13 templare… E’, probabilmente, il messaggio agli organi di informazione affinché cambino strategia e inizino a deridere gli inquirenti che si occupano del caso.
Molto sottile poi è il collegamento tra uno dei delitti del mostro, in cui la donna viene ritrovata con una collana in bocca, in una posizione analoga a quella che assume nel famoso quadro “La Primavera” del Botticelli la prima figura da destra (da cui fuoriesce una ghirlanda di fiori dalla bocca); come alcuni studiosi hanno dimostrato, la Primavera del Botticelli cela diversi messaggi nascosti, tra cui una data che corrisponde all’ingresso di Dante nel Paradiso (sul punto vedere le interviste a Giancarlo Gianazza).
Più in generale, poi, un aspetto importantissimo in molti delitti è la legge del contrappasso che Dante applica alle pene dei dannati. Molti testimoni di processi importanti, ma anche molti personaggi famosi scomodi, muoiono impiccati nelle posizioni e con i modi più improbabili; ne abbiamo già parlato nel nostro articolo “Delitti e balle mediatiche” e negli articoli sull’omicidio massonico, quindi non ci torneremo sopra, se non per sottolineare che il motivo per cui i servizi segreti e la massoneria in genere continuano ad eliminare i loro nemici con questi modi non credibili, rendendo manifesto a tutti che si tratta di un omicidio, è proprio la necessità di rispettare alcune regole rituali.
Più in generale, muoiono impiccati molti “traditori” cioè persone interne al sistema che però non hanno voluto o potuto sottomettersi a determinate imposizioni.
Ecco quindi che Elisabetta Ciabani, la testimone che voleva rivelare alcune cose che sapeva della Rosa Rossa, morirà con delle coltellate sul pube.
Ecco che Luciano Petrini, che stava facendo una perizia sul colonnello Ferraro, ufficiale dei servizi segreti “impiccatosi” al portasciugamani del bagno, morirà a colpi di portasciugamano.
Ecco che Pasolini, che aveva cantato la periferia e il degrado di essa, e che stava per svelare i segreti del delitto Mattei (che morì su un aereo in volo), viene ucciso secondo la simbologia che segue; 1) a Ostia (Ostia che rappresenta il corpo di Cristo); 2) all’idroscalo (dove atterrano gli aeroplani); 3) in un ambiente di degradazione, abbandonato.
Oppure pensiamo al ciclista Pantani, che morirà infatti all’Hotel Le Rose, in un giorno la cui somma è 13.
O ai due testimoni di Ustica che moriranno a Ramstein in Germania, durante la manifestazione delle Frecce tricolori, proprio mentre guidavano i loro aerei.
16. Gli studiosi.
Gli studiosi che hanno affrontato il problema della dottrina segreta di Dante sono diversi. Il problema è che chi non è un massimo iniziato ai misteri massonici e rosacrociani non è in grado di capire la Commedia con lo stesso grado di precisione di altri, quindi, per così dire, procede a braccio o a intuito, riuscendo a notare alcuni particolari ma trascurandone altri.
Chi invece è un iniziato dà per scontato che l’opera di Dante sia un’immensa epopea rosacrociana, tant’è che Eliphas Levi, nel suo “Storia della magia” lo scrive a chiare note, e anzi dice che è la prima volta, nella storia dell’umanità, che viene descritta con chiarezza, in un’opera letteraria, il simbolo per eccellenza dei Rosacroce.
Chi non è iniziato ai misteri massonici, rosacrociani e templari, invece, non ha la stessa precisione di pensiero e spesso dimostra di essere un po’ confuso; molti poi si contestano a vicenda, talvolta criticandosi e/o contraddicendosi, quando, a mio parere, più che studi e teorie diverse, i vari studiosi guardano solo una parte del tutto. Credo infatti che i vari risultati cui gli autori sono pervenuti fin qui, debbano integrarsi a vicenda, tenendo presente che ogni studio è necessariamente incompleto e che i misteri della Commedia saranno risolti dai profani solo fra diverso tempo.
Uno dei primi fu il poeta Giovanni Pascoli. Seguirono poi Michelangelo Caetani, Dante Gabriel Rossetti, Aroux, Perez.
Uno dei testi più importanti sicuramente è il famoso "L'esoterismo di Dante" di René Guénon.
Fu il Valli credo, che per primo parlò di una vera e propria organizzazione segreta, quella dei Fedeli d’Amore, mettendone in luce il linguaggio. Purtroppo Valli è morte poco tempo dopo aver scritto il suo libro “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”.
Di recente è uscito un libro di Carlo Signore, "Nei segreti di Dante", che svolge una serie di studi di tipo matematico sulla Commedia.
Molto interessante è il libro “Dante templare” di Robert John. Tutto il libro si basa su una curiosa contraddizione, nel senso che l’autore cerca di dimostrare che Dante è un templare, contemporaneamente affermando però che Dante era comunque dentro la chiesa cattolica e ne seguiva i dettami in modo ortodosso.
Il che, almeno con riferimento all’epoca dantesca, è un falso clamoroso, dato che i templari furono accusati di eresia e sterminati; e solo di recente, grazie agli studi di Barbara Frale, è stato finalmente abbattuta la contraddizione tra templarismo e cattolicesimo. Ma all’epoca di Dante essere templare equivaleva ad essere messi al rogo.
Molto interessante è anche il libro "Dante e il simbolismo pitagorico", di Vinassa De Regny.
Probabilmente tra gli studiosi che hanno capito di più Dante abbiamo Giancarlo Gianazza e Maria Grazia Lopardi, che, a mio parere, sanno molto di più di quel che dicono espressamente. Non mi risultano monografie specifiche.
Claudio
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Dante Alighieri (1265-1321)
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Testamento di Re Salomone Lemegeton