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CARTOMANTE Studioso - Virgilio un Poeta Un mago

                     Virgilio, il poeta mago e la Mosca Magica 

Quando si comincia a parlare della storia di Napoli è inevitabile che il punto di partenza sia Publio Virgilio Marone, quasi come se ci si trovasse davanti alla rappresentazione perenne di un mito. Virgilio trascorse nella città partenopea buona parte del suo tempo anche se dalla popolazione locale venne accolto come un mago più che un poeta. Il giovane scrittore alla città di Roma dove tornava malvolentieri, preferì la quiete della collina di Posillipo. In nessuna epoca archeologi ed esperti di storia dell’arte sono riusciti a scoprire reperti o a darci notizie sicure sulla villula di Posillipo nella quale Virgilio si stabilì come ospite di Sirone. Non se ne conosce l’esatta ubicazione, ma si sa che era frequentata da numerosi discepoli, fra i quali il poeta Vario Rufo e dall’altro filosofo epicureo Filomeno di Gadara.. Di sicura collocazione - anche se non tutti sono d’accordo nell’identificarlo come sepolcro del poeta - è invece la sua tomba, che proprio secondo la sua volontà si trova lungo la strada verso Pozzuoli. Si tratta di un monumento di età augustea posto sulla sommità di un piccolo monte. Dove attualmente si trova una grossa quercia un tempo vi era un albero d’alloro che, si diceva, attingesse la sua forza vitale dalle ceneri stesse del poeta.
 
L’antica leggenda popolare dell’alloro trova conferma nella traduzione dal latino della lapide posta accanto al sepolcro scritta da Sebastiano Bartoli nel 1688:
 
Mantova mi generò, la Calabria mi rapì alla vita,
ora mi trattiene Napoli. Cantai i pascoli, i campi e gli eroi.
Ecco le mie ceneri: l’alloro che qua è la fiorisce
sul suolo di Posillipo fa corona alla mia tomba.
Se pure la tomba rovinasse, le ceneri, generatrici
di alloro, custodiranno qui in eterno il ricordo di Marone.
 
L’alloro della leggenda è dunque il segno magico di Virgilio sulla collina di Posillipo. L’uomo che era nato sotto il simbolo dell’albero caro ad Apollo (sempre secondo la leggenda sua madre, prossima al parto, sognò di generare un ramo di alloro che al contatto con la terra mise radici e crebbe all’istante assumendo la forma di un albero maturo, ricco di frutti e fiori) giaceva ora sotto di esso, anzi era lui stesso trasmigrato in qualche modo nell’albero delle fronde d’oro, trasferendo le sue capacità magiche alle stesse foglie ed alla corteccia dell’albero. Racconta la tradizione, infatti, che chiunque volesse ottenere una grazia particolare doveva masticare qualche foglia dell’albero del santo, pianta dalla forza vitale inesauribile e per ogni foglia strappata ne rinasceva subito una nuova è più bella.
 
La venerazione per la tomba virgiliana ha sfidato i secoli ed è giunta fino ai nostri giorni. Agli inizi del secolo, le foglie dell’albero del poeta (anche se sostituite da una più “volgare” quercia) erano richieste persino dagli italiani d’America.
 
Nel corso dei secoli la storia ci ha fatto conoscere il Virgilio poeta delle Egloghe, delle Georgiche e dell’Eneide, mentre la tradizione popolare ci ha - al contrario - mostrato un Virgilio che ha prodigato alla città diletta fra tutte, i miracoli del suo potere magico.
 
Egli abitava sulla sponda del mare, dove si incurvava il colle di Posillipo, ma errava ogni giorno per le campagne di Baia e Cuma. Amava girare per le colline che circondavano Partenope, fissando nella notte le stelle lucide e parlando loro con il suo strano linguaggio; egli errava sulle sponde del mare tenendo l’orecchio all’armonia delle onde, quasi che esse dicessero a lui parole misteriose. Allora – si dice- che la città era molestata da un gran numero di mosche, mosche che si moltiplicavano in così grande numero e davano fastidio, da farne fuggire i tranquilli e felici abitanti. Virgilio, per rimediare a così grave sconcio, fece fare una mosca d’oro e dopo fatta, le diede vita con parole magiche; la mosca d’oro cominciò a volare, di qua e di là, ed ogni mosca vera che incontrava, faceva morire. Così in poco tempo furono distrutte tutte le mosche che affliggevano la bella città di Napoli. Altro miracolo fu quello delle paludi, che con la loro aria malsana producevano febbri, pestilenze ed altre morie. Virgilio le asciugò e in poco tempo sorsero case e giardini e l’aria divenne più pura che mai. Giovandosi del suo potere infinito, un giorno salì sopra una collina e chiamò alla sua obbedienza i venti ed ordinò al Favonio, che spirava nella città nel mese di aprile e col suo caldo soffio bruciava le piante e i fiori, di mutare direzione: e la flora primaverile crebbe più bella e rigogliosa. Nel quartiere di Napoli – chiamato oggi Pendino – sembra annidasse un temibile serpente che aveva già strozzato molti che l’avevano combattuto. Chiamato Virgilio in soccorso, egli si avviò da solo nel luogo dove il serpente si annidava e con formule magiche lo addormentò per l’eternità. Da allora nessun altro rettile fuoriuscì dalle caverne e cloache della città. O ancora il miracolo dei cavalli colpiti da un morbo mortale; Virgilio fece fondere un cavallo di bronzo, ed ogni cavallo malato che faceva tre giri intorno alla statua veniva incredibilmente guarito.
 
Dunque Virgilio, poeta o mago? Nonostante la favolosa tradizione lo delinea nelle cronache delle magia, vi è solo un Virgilio, ed è proprio il poeta. E’ forse la più grande magia è stata la poesia del suo spirito, con le sue lunghe peregrinazioni nella natura, dove egli acquisì un amore profondo per i campi che si stendevano all’infinito sotto il sole, dei prati verdeggianti, dei boschi oscuri e silenziosi della sua Campania Felice (Felix). Il poeta che cerca ed interroga ogni angolo della natura; il poeta che parla alle stelle tremolanti di raggi nelle notti estive; il poeta che ascolta il ritmo del mare in un luogo incantevole, lontano dal clamore (l'etimo di Posillipo è "pausa"). Insomma il poeta che ha descritto il mondo napoletano originariamente pastorale, pervaso da una nota di dolce e sfumata malinconia, congeniale alla sua personalità altrettanto dolce e malinconica.
 
Virgilio nella tradizione letteraria
fino a Dante
Tutti questi racconti che andavano attorno col nome di Virgilio, erano già, come ognun vede, assai numerosi; e chi avesse voluto riunirli assieme, ordinarli, sviluppare certi dati o supplire a certe lacune con un po’ di fantasia, c’era da tessere tutta una biografia romanzesca dell’illustre mago. Ed infatti non mancò chi ciò facesse. Prima però di parlare di quest’ultimo e definitivo stadio della leggenda virgiliana, credo opportuno gittare uno sguardo su quel che essa era divenuta nel paese in cui avea avuto la sua prima origine, cioè in Italia ed a Napoli specialmente. I lettori avranno notato che ad eccezione di quelle udite a Napoli da Gervasio e da Corrado, tutte le altre leggende furono applicate a Virgilio fuori d’Italia; e quantunque queste fossero riferite in iscritti letterari molto conosciuti e letti nel medio evo, pur nondimeno ben poche di esse penetrarono presso gli scrittori italiani. Il più notevole documento napoletano che noi abbiamo intorno alle leggende virgiliane è la Cronica di Partenope attribuita nella prima edizione falsamente a Giovanni Villani, e poi anche a «Bartolomeo Caracciolo dicto Carafa, cavaliere di Napoli» il quale però propriamente non è e non si professa autore che della seconda delle tre scritture di cui si compone questo curioso zibaldone di storia napoletana compilato verso la metà del sec. XIV. La prima e la più antica di quelle scritture è opera di un ignoto napoletano che la compose probabilmente poco dopo il 1326; essa consiste in una raccolta di narrazioni relative alle antichità sacre e profane di Napoli, ricavata da fonti diverse, anche da tradizioni orali, senza alcuna critica e con mescolanza di favole e leggende di varie specie, fra le quali sono pure le virgiliane. Quantunque napoletano, il rozzo autore non si è tenuto soltanto a quel che di Virgilio dicevasi a Napoli ai tempi suoi, ma ha riferito nel suo scritto tutto quanto ha trovato in Gervasio ch’ei cita, e nell’opera di un tale Alessandro. Se questi fosse Alessandro Neckam, dovremmo dire aver egli letto il De naturis rerum in un codice mutilo e interpolato, oppure in un estratto incompleto e variato, presso qualche altro scrittore.

Quanto trovasi in Gervasio ritrovasi presso a poco in questa Cronica e, ad eccezione di alcune poche aggiunte fatte nello stesso spirito del rimanente, la leggenda rimane in essa tal quale l’abbiamo trovata a Napoli nel XII secolo. Virgilio vi figura come gran benefattore di Napoli nel tempo in cui era «consiliario et quasi rectore o vero maistro di Marcello» eletto da Ottaviano «duca de li napolitani». Da lui furono fatti gli acquedotti, le fontane, i pozzi, le cloache di Napoli; egli istituì il Gioco di Carbonara simile al Gioco del Ponte in Pisa, che cominciò come esercizio guerresco con finti attacchi, e finì con baruffe micidiali. Al novero dei soliti talismani si aggiunge una cicala di rame che scacciò tutte le cicale da Napoli, e un pesciolino di pietra posto nel luogo che serbò il nome di «preta de lo pesse», il quale attirava pesci in abbondanza. Anche la leggenda relativa al Castello dell’Ovo che abbiamo veduto tanto trasmutata all’estero, rimane quel che era prima, cioè l’idea di un talismano che serviva come di palladio alla città. Il fatto narrato da Gervasio intorno alla richiesta di quell’eccentrico inglese è riferito, con qualche variante di nessun rilievo, anche nella Cronica. Come poi quel tale trovò il libro di segreti sotto il capo di Virgilio, così Virgilio stesso lo trovò, «secondo ce se lege ad una antica cronica», (che non sappiamo qual possa essere, ma certamente napoletana) sotto il capo di Chironte in una grotta dentro Monte Barbaro, di dove egli andò a trarlo in compagnia di un certo Filomelo o Filomeno. Quantunque questo libro chiamisi di negromanzia, e quantunque di negromanzia e di magia talvolta si parli nella Cronica a proposito delle opere virgiliane, pure l’autore ci fa in più luoghi capire chiaramente che per ciò egli intende quanto si può operare conoscendo la «mirabile influenza de le pianeta». E realmente mai nulla di diabolico è da lui attribuito a Virgilio, del quale parla sempre col più grande rispetto e non cessando di chiamarlo «esimio poeta». La grotta di Pozzuoli non è più soltanto, per le arti del poeta, protetta contro ogni misfatto, ma il poeta stesso l’ha fatta fare, non però col mezzo de’ diavoli, come poi si disse altrove, ma per «Geomantia». Certo, trovandosi il sepolcro di Virgilio sulla via Puteolana, appunto all’ingresso di quella grotta, s’intende ch’essa dovesse essere il centro delle tradizioni virgiliane. Più tardi lo Scoppa, riferendo quanto trovava di leggende virgiliane nella Cronica di Partenope, aggiunge a proposito della grotta di Pozzuoli «non ignoro che alcuni, appoggiandosi all’autorità di Plinio, sostengono a spada tratta che Lucullo e non Virgilio la facesse. Io però sto a quel che dicono le nostre croniche, imperocché in fatto di antichità va creduto ai più antichi, particolarmente quando sono del paese». Ed infatti quanto volgare fosse a Napoli quest’opinione lo mostra non solo il nome di Grotta di Virgilio, ma il fatto eziandio del Petrarca, il quale, com’egli stesso racconta, fu seriamente interrogato su tal proposito da re Roberto, e rispose: «non ho a mente aver mai letto che Virgilio facesse il tagliapietre».
Da tutto ciò possiamo conchiudere che la leggenda esisteva a Napoli ancora nel secolo decimoquarto e nel decimoquinto, e che in essa non c’è ombra di quel Virgilio diabolico e innamorato che trovammo altrove. Un sol fatto pare venuto dal di fuori, ed è la leggenda che troviamo nella Cronica di quattro teste di morto poste da Virgilio in Napoli, le quali rivelavano al Duca quel che si faceva in tutto il mondo. Questa leggenda ha per fondamento l’idea della Salvatio Romae e dello specchio maraviglioso, combinata con quella della testa parlante che vedemmo attribuita a Virgilio come a Gerberto, e può credersi venuta dal di fuori.
L’autore della Cronica si è guardato bene dall’aggiungere alcun che di suo alla leggenda, per renderla più fantastica o per meglio farla spiccare. Quantunque rozzo, egli è scrittore ed ha una certa coltura che lo distingue dal volgo illetterato; vuoi essere storico, e come tale nel narrare le leggende virgiliane, non solo ricorda il Virgilio reale della scuola e della poesia, ma applicando a questo Virgilio quelle leggende compila ed anche affetta di compilare da libri, non mai riferendosi alla tradizione popolare vivente, a lui ben nota. Alessandro Neckam, come abbiam visto, è da lui citato di seconda mano e quindi anche a sproposito facendogli dire quel che non da lui ma da altri fu detto; Gervasio di Tilbury, malamente e indirettamente conosciuto, sia dall’autore sia da altri che poser le mani in questa Cronica, diviene Santo Gervasio Pontefice ed i suoi Otia Imperalia i Responsi (vuoi dire Riposi) Imperiali. Prevale però la conoscenza delle fonti indigene sia citate, sia adoperate senza citarle, quali una anonima Cronica antica, l’oggi perduto Planctus Italiae di Eustazio da Matera, ed anche Alessandro di Telese e la Vita di Sant’Atanasio, e forse altri a noi ignoti, dai quali fu desunto quel che si narra di Virgilio e Ottaviano e Marcello e l’elogio di Napoli «signora di nove città» ecc.. Ma registrate o no presso altri scrittori, le leggende qui riferite vivevano ancora, se non tutte, certo in gran parte nella tradizione popolare napoletana quando dapprima la Cronica fu scritta, e poi quando da numerose mani fu variamente trascritta e per ultimo quando con assai libertà di ricompilazione fu stampata. Traluce chiarissima la vivente leggenda là dove l’autore vuol farla da critico, correggendo l’errore volgare della gente grossa, benché in verità ei non si mostri ben fino. Così, certamente popolare e vivente da antica data era la leggenda da lui riferita circa la grotta di Pozzuoli costruita da Virgilio che ivi presso ebbe la sua sepoltura; il popolo però aggiungeva che Virgilio quella prodigiosa opera facesse in un sol giorno, e questo pare poi troppo allo scrittore, il quale pur riferendo seriamente tutto il resto, fa qui una riserva: «E la preditta grotta, lo grosso popolo tene che Virgilio fatta la avesse in uno dì; e questo non è possibile se no a la divina potencia, quae de nihilo cuncta creavit». Così pur si vede che la leggenda circa il Castel dell’Uovo, mantenuta dal nome stesso che questo portava, seguitava ad esistere nella tradizione; ma che quel telesma virgiliano preservasse la città o il castello, non si credeva più né si poteva dopo gli avvenimenti dal XII secolo in poi; quindi l’autore circa tal credenza si limita a riferire che v’era stata già fra «gli antiqui napolitani». Quando la Cronica fu messa a stampa sulla fine del XV secolo col titolo promettente di «nobilissima et vera antica cronica» malgrado la falsa attribuzione nel titolo stesso a Giovanni Villani, e quando fu poi nel 1526 riprodotta, qualche passo fu soppresso, altro fu aggiunto raffazzonando liberamente; ma che la leggenda seguitasse ad esistere e molto ancora si narrasse oralmente dal popolo su Virgilio oltre a quanto nella Cronica è riferito, si rileva chiaramente dalle seguenti parole onorevoli pel buon senso italiano che a nome dell’antico autore furono aggiunte in ossequio alla verità dall’Astrino che preparò la Cronica per la stampa nel 1526: «Io potria del dicto Virgilio dicere molte altre cose le quali ho sentito dicerese de tale uomo, ma perché in maior parte mi pareno favolose e false, non ho voluto al tutto implire la mente de li homini de sogni; et perché molte cose sono state dicte de sopra de Virgilio a le quale io scriptore de quelle meno che gli altri credo, prego ciascuno lettore me habbia per excusato, perché non ho voluto fraudare la fama de lo ingeniosissimo poeta, o vera o falsa, et la benivolenza la quale ipso portava a questa inclita cità di Napoli. Ma la verità de tutte le cose, la cognobbe et conosce solo Dio; questo ben dirò, che io non scrivo cosa falsa né fabolosa che de quella lo lectore non sia facto accorto».
Le leggende napoletane non si diffusero che poco e lentamente nell’Italia superiore: esse però ben note, anche fuori di Napoli, nell’Italia meridionale. La più antica menzione che io ne conosca fra i nostri poeti volgari trovasi in un componimento di Ruggeri Pugliese che non crederei posteriore alla prima metà del XIII secolo:
 
«Agio poco senno ala stasgione,
E saccio tute l’arti di Vergilio».
 
Nel resto d’Italia la leggenda virgiliana non si diffonde nella letteratura che nel secolo XIV, mescolando però all’elemento originale e indigeno l’elemento ascitizio e straniero, pei noti rapporti delle nostre lettere d’allora colla produzione letteraria forestiera. Taluni autori toscani però la conoscono, allora e prima, come quelli che furono a Napoli e dal popolo di quella città poterono udirla. Boccaccio che ben conosceva Napoli, nel suo commento a Dante (1373) parlando delle opere meravigliose fatte da Virgilio in quella città, non ne cita che tre, già ben note: cioè la mosca e il cavallo di bronzo e le facce di marmo di porta Nolana. Egli nota che Virgilio visse molto più a Napoli che a Roma e che ivi recossi da Milano perché avendo l’ingegno pronto alla poesia, avea saputo essere i poeti «nel cospetto di Ottaviano accetti». Prima di lui Cino da Pistoia alludeva alla mosca maravigliosa nei versi satirici contro Napoli che il Ciampi non ha intesi:
 
«O sommo vate, quanto mal facesti
A venir qui; non t’era me’ morire
A Pietola colà dove nascesti?
Quando la mosca, per l’altre fuggire,
In tal loco ponesti
Ov’ogni vespa doveria venire
A punger quei che su ne’ boschi stanno».
 
Il poeta popolare fiorentino Antonio Pucci, nel XIV secolo, fra gli altri appunti d’ogni specie che raccoglieva in un suo zibaldone di cui si hanno due ms. in Firenze, notava parecchie delle maraviglie che la leggenda attribuiva a Virgilio, la mosca, il cavallo, il castello posto in bilico sull’uovo, il giardino, due doppieri e una lampada sempre ardenti, la burla della donna, e la vendetta, la testa che parlava, e la relativa storia della morte del poeta, e quanto credevasi sull’efficacia delle sue ossa. Egli però, come molti romanzatori stranieri, colloca il sepolcro di Virgilio a Roma. È noto che questo cantastorie italiano conobbe e adoperò i prodotti dei cantastorie forestieri. Egli però non parla di arti diaboliche, ma attribuisce le maraviglie virgiliane all’«arte della stronomia». A conoscenza dei riposti segreti della natura le attribuisce, nello stesso secolo, Gidino da Sommacampagna, alludendo ad esse in un suo sonetto a Francesco Vannozzo, nel quale cita l’autorità:
 
«Dell’eccellente fisico Marone
Che circa il natural pose sua cura».
 
In un bizzarro suo sonetto di quel genere che poi prese il nome dal Burchiello, Andrea Orcagna, il grande artista del secolo XIV, dice:
 
«E l’ampolla di Napoli s’è rotta»
 
certamente alludendo alla famosa ampolla di Castel dell’Uovo due da un pezzo avea perduta la sua virtù quia modicum fissa est, come scriveva già Corrado di Querfurt. Se però i rapporti in cui la leggenda poneva Virgilio con la città di Napoli non aveano permesso che in questa s’introducesse quel personaggio parte ridicolo e parte anche odioso a cui Virgilio s’era ridotto altrove, la stessa cosa non aveva luogo pel resto d’Italia. Qualche eco della leggenda secondo la versione forestiera, noi ritroviamo a Roma nel nome di Virgilio annesso a qualche monumento o qualche località. Così sappiamo che la Meta Sudans fu chiamata dal popolo romano Torre di Virgilio, che questo nome diedesi agli avanzi della Torre dei Frangipani, e che il Settizonio fu chiamato Scuola di Virgilio; su quest’ultimo leggesi nel curioso poemetto (XV-XVI secolo) intitolato Prospettiva milanese:
 
«Eravi di Virgilio un’academia
edificata nel più bel di Roma
et hor dintorno a lei vi si vendemia;
erano septe scole» ecc..
 
Se queste denominazioni le poniamo assieme colla notizia dei guai che per parte della corte romana soffrì il Petrarca a causa dei suoi studi virgiliani, ci sarà facile indovinare che in Roma a quell’epoca il nome di Virgilio non fosse esente dalla faccia di magia nel più cattivo senso della parola. Notiamo però che tutto questo non va al di là del secolo in cui abbiamo veduto prodursi anche altrove, relativamente a Virgilio quella tale idea, ed è meramente una conseguenza di essa. Quando si pensi come in queste leggende virgiliane fosse mescolato il nome di Roma, come s’introducessero nelle guide di cui si servivano i numerosi visitatori di questa città, sarà facile comprendere come ciò bastasse a rendere noto ai Romani il nome di Virgilio mago, ed a fare che da essi o dai forestieri fosse applicato a monumenti e località di Roma. Infatti nei più antichi manoscritti del Mirabilia urbis Romae, che risalgono al secolo XII, Virgilio non è mai nominato, neppur come autorità come lo è per esempio il martirologio (i Fasti) d’Ovidio, e neppure come profeta del Cristo là dove è riferita la leggenda d’Ottaviano e la Sibilla. È più che probabile che se a quell’epoca il nome di Virgilio fosse stato annesso a qualche luogo della città, il Mirabilia ne avrebbe parlato. Dopo la diffusione della leggenda incomincia però questo nome ad introdursi nel Mirabilia, e quindi s’introduce a Roma; poiché credevasi, secondo le fantasie estere, che propriamente a Roma Virgilio avesse esercitato la negromanzia ed anche tenutone scuola. Nel secolo XIV infatti Hans Folz, il barbiere-cerusico-poeta di Norimberga, scriveva in certa sua burlesca novella, che un tempo «correva voce esservi a Roma un maestro dotto in negromanzia, detto Virgilio, che dava risposta a tutti i quesiti rivoltigli da ogni parte del mondo»; e narra pure di tre curiose risposte date da lui a tre curiose domande.
In un ms. dei Mirabilia, del XIII secolo, trovasi a proposito del monte Viminale, l’aggiunta: «di dove Virgilio preso dai Romani, invisibilmente se ne andò a Napoli; ond’è che si dice vado ad Napulum». Questa rozza etimologia si riferisce al nome di una strada, che chiamasi tuttora Magnanapoli (corruz. di Balnea Pauli) e che conduce al Viminale. La leggenda virgiliana che le serve di base non è altro se non il seguito dell’avventura della cesta e dell’estinzione dei fuochi. Come quest’ultima parte dell’avventura abbiamo veduto essere un racconto d’antica data, riferito prima al mago Eliodoro, dopo di lui a Virgilio, e poscia anche a Pietro Barliario tuttora noto al nostro popolo meridionale, così anco il seguito di quella avventura, al pari di altri fatti attribuiti a Virgilio ed a Barliario, era già stato appropriato ad Eliodoro. Costui, diceva la leggenda, per sottrarsi alla pena meritata, si mise a disegnare sulla parete con un bastoncello una nave colle sue vele e i suoi marinari, e per arte diabolica cambiato il disegno in nave reale, vi si pose dentro e fuggì di Sicilia. Così di Virgilio si disse che anch’egli dopo aver fatto quel brutto tiro alla donzella che lo aveva burlato, fu posto in prigione, da cui però seppe liberarsi disegnando sulla parete un vascello, che divenuto reale e sollevatosi in aria, trasportò da Roma a Napoli lui e tutti gli altri carcerati. Questo fatto che ricorre anche nella leggenda di Barliario, lo troviamo applicato a Virgilio, non solo nel Mirabilia ma anche nella cronica mantovana detta Aliprandina perché scritta in versi da Bonamente Aliprando nel 1414, della quale appunto qui dobbiamo parlare. In nessuna delle tre città principali che si collegano alla vita di Virgilio questi lasciò le impressioni che lasciò in Napoli. Mantova presso alla quale egli nacque, ma dove non istette, a quanto sembra, che poco, non diede alcun prodotto fantastico intorno a lui. Nel medio evo senza dubbio Mantova non dimenticò mai di esser patria di Virgilio, e come vediamo da Donizone, alcune località di quei dintorni portavano il nome del poeta o si congiungevano con questo come abitate o frequentate da lui. Ma ciò si riferiva, a torto o a ragione, alle reali memorie biografiche dei poeta e non includeva in alcuna guisa l’idea di una sua attività miracolosa. Se Mantova coniò moneta colla sua effigie, se gli eresse una statua, ciò fu un omaggio a lui reso dalla classe istruita del paese, nel quale è impossibile riconoscere la presenza di tradizioni fantastiche relative al poeta. Una prova di questo che io asserisco è appunto il poema in terzine che sopra ho menzionato. La rozzezza della composizione e le assurdità in esso accumulate mostrano nel modo più evidente che se Mantova avesse avuto tradizioni leggendarie speciali intorno a Virgilio, l’autore sarebbe stato uomo da conoscerle e da riferirle scrupolosamente. Ma in esso non troviamo assolutamente nulla di simile. Egli parla di Virgilio come di una delle glorie mantovane, e ne tesse una biografia in parte desunta da quella di Donato, ed in parte dalle leggende virgiliane dell’epoca, estranee a Mantova. Incomincia dal parlare, seguendo l’antico biografo, del babbo e della mamma di Virgilio, e del sogno fatidico avuto da questa, dopo il quale:
 
«La donna feci l’animo jocundo
E quando vene al parturire,
Figiol naque tuto masizo e tondo».
 
Poi parla delle fattezze, degli studi e delle opere di Virgilio, delle terre da lui perdute, ma che poi riacquistò, facendosi conoscere da Ottaviano mediante il famoso Nocte pluit tota etc. etc. Dopo aver parlato della profezia del Cristo, viene l’Aliprando a narrare l’avventura del paniere, la vendetta, e la prigionia del poeta, il quale da questa si libera nel modo che ho detto di sopra. Aggiunge che in viaggio, Virgilio per procurarsi vivande mandò uno spirito a prenderne dalla mensa di Ottaviano, il quale vedendole sparire:
 
    «.  .  .   senza manchamente,
Disse: Virgilio l’ha fatto fare;
E di la beffa alegra la mente»
 
[È noto come, all’infuori del nome di Ottaviano, lo stesso fatto siasi raccontato di altri maghi; e del resto anche esso ritrovasi nel libretto popolare che ho già citato, relativo a Pietro Barliario. Delle opere meravigliose di Virgilio l’Aliprando non conosce che poche. Quelle ch’ei nomina si riducono alla mosca incantata, che, secondo quel ch’ei dice, era una mosca posta in un vetro, ed al Castel dell’ovo, ch’ei dice fabbricato in mare da Virgilio. A queste però aggiunge una fontana d’olio fatta dal poeta per uso del popolo napoletano. La morte di Virgilio é da lui narrata a tenore della biografia attribuita a Donato, e dopo avere aggiunto qualche notizia sulla sepoltura, conchiude con la seguente orazione funebre, capo d’opera d’eloquenza, ch’ei pone in bocca ad Ottaviano:
 
«Di scientia è morto lo più valente.
Non credo che al mondo simel sia.
Prego Dio che gratia gli consente,
Che l’anima sua deza aceptare,
Li sue virtute non mi uscirà di mente.
Ben me ne doio, non posso altro fare».
 
Ad onta però di questa orazione funebre e ad onta della predizione del Cristo, Virgilio presso l’Aliprando è un mago in piena regola, in ottimi rapporti con Satanasso, e munito del suo indispensabile libro magico. Giunto a Napoli dopo la sua fuga da Roma, s’accorse d’aver dimenticato questo libro, e mandò a Roma Milino suo discepolo a prenderlo, raccomandandogli di non aprirlo; il che era lo stesso come dirgli: «aprilo». Infatti postosi Milino in via, gli venne voglia d’aprire quel libro e, senza troppo lottare colla tentazione, l’aprì. Tosto una moltitudine di spiriti gli si fece innanzi, urlando: che vuoi? che vuoi? Allora Milino, per levarseli d’attorno, ordinò che selciassero tutta la strada da Roma a Napoli. – Questo racconto era una semplice ampliazione dell’altro che abbiamo già menzionato, relativo alla grotta di Pozzuoli, alla quale infatti lo riferisce Felice Hemmerlin che nel 1426 aveva visitato Napoli. Con lievi varianti esso ritrovasi nella poesia, già citata, di Enrico da Müglin (XIV sec.), e ad esso certamente allude Fazio degli Uberti quando, descrivendo il suo passaggio da Roma a Napoli, rammenta nel Dittamondo
 
«quella fabbricata e lunga strada
che di Virgilio fa parlare assai».
 
L’Aliprando mescolando com’ei fa la leggenda e le notizie storiche, ci conduce ad occuparci della biografia virgiliana che porta il nome di Donato. Come io già feci notare nella prima parte di quest’opera, questa biografia contiene interpolazioni di diverso genere, le più di origine affatto letteraria, taluna di origine popolare. Quanto v’ha di estraneo all’attività propria e reale del poeta, si riduce ad un racconto nel quale Virgilio figura come un savio che principalmente si fa notare da Augusto per la sua abilità in fatto di mascalcia. Generalmente la ricompensa che Augusto gli facea dare consisteva in pane, trattandolo come uno stalliere qualsivoglia. Avendo egli un giorno perfettamente indovinato da quali genitori provenisse un cavallo, Augusto che avea qualche dubbio sulla propria origine, volle mettere il talento di lui alla prova, interrogandolo su di ciò. Virgilio rispose ch’ei doveva essere figlio d’un fornaio, e richiesto da che lo deducesse, soggiunse ch’ei se ne accorgeva dalle ricompense che aveva da lui ricevute. Ognun vede che qui trattasi piuttosto di una risposta più o meno spiritosa, che di un fatto in cui Virgilio figuri come un mago. Il solo rapporto che vi troviamo coll’idea fondamentale della leggenda, è la sapienza quasi soprannaturale del poeta per la quale anche in fatto di mascalcia sa cose che altri non avrebber saputo. Da ciò il Roth argomenta che questo racconto possa essere stato introdotto nella biografia di Virgilio in Italia, da qualche napoletano, nella prima metà del XII secolo. Noi invece crediamo che ciò sia accaduto in epoca assai più recente. Il Roth nota egli stesso che l’ aneddoto non s’incontra in esemplari di Donato anteriori al XV secolo, e che in un codice di Berna del X secolo esso manca affatto; di più, lo stesso aneddoto ricorre attribuito ad un savio greco nel Novellino (seconda metà del secolo XIII) e ricorre pure nelle Mille ed una notte. Noi aggiungiamo che Buonamente Aliprando, il quale fa tanto uso di quella biografia, ignora affatto l’aneddoto, e che questo non si incontra attribuito a Virgilio in veruno scrittore anteriore al secolo XV, che parli o no di Virgilio mago; mentre se, come crede il Roth, fra questo racconto e il cavallo di bronzo della leggenda napoletana ci fosse qualche rapporto, l’aneddoto dovrebbe pur trovarsi presso gli scrittori che riferiscono leggende virgiliane. Dopo tutte queste considerazioni a me par difficile persuadersi che l’aneddoto possa essere stato introdotto nella biografia virgiliana prima del secolo XV. Comunque sia, certo è che esso sta da sé, e che quella biografia mentre si è ingrossata con racconti d’origine puramente letteraria, pochissimo ha subito l’influenza delle leggende d’origine popolare. Piuttosto essa ha servito, come abbiam veduto, a dar qualche notizia a taluni scrittori di leggende virgiliane, i quali ne hanno fatto uso adattandola ai loro intenti. In qualche altra biografia del poeta scritta in latino per uso scolastico, in questa ultima epoca del medio evo, si ritrova anche più apertamente l’idea del mago e dell’astrologo, ma senza grandi sviluppi. In una biografia latina inedita che già ebbi occasione di citare, Virgilio è detto grande mago, medico e astrologo, e viene descritta la mirabile Salvatio Romae a lui attribuita.
Gittando uno sguardo su tutto questo che abbiamo notato intorno alla leggenda virgiliana in Italia, noi possiamo conchiudere che nel nostro paese essa non prese mai quelle proporzioni a cui giunse all’estero. La parte di essa che meglio trovò passo fra noi, fu l’avventura della cesta che, raccomandata dalla morale o dal burlesco, fece il giro dell’Europa. All’infuori di questo racconto, che, come abbiam visto, riconosce un’origine affatto separata dal resto della leggenda, il Virgilio mago e diabolico è fra noi un’eco vaga di quanto ripetesi al di fuori, piuttostoché un tipo riccamente caratterizzato come lo è altrove. Nel XIV secolo, mentre la leggenda avea avuto fuori quello sviluppo che abbiamo veduto, l’autore della Cronica di Partenope non ne sa gran cosa di più di quello se ne raccontava a Napoli prima che la leggenda si diffondesse in Europa. Boccaccio conosce appena due o tre fatti della leggenda napoletana; l’Aliprando, infine, sul principio del secolo XV non ha del Virgilio mago che una idea mal determinata e rozzamente contradittoria, mentre ignora la massima parte della leggenda, tanto napoletana che estera. Né la Cronica inoltre né l’Aliprando, nel narrare fatti leggendari, perdono mai di vista il Virgilio poeta, contrariamente a ciò che vediamo accadere presso tanti altri all’estero. Nel XVI secolo poi troviamo un fatto che mostra come in Italia poco piacesse veder mescolato il nome del poeta a quelle fiabe. L’anonimo scrittore dei Compassionevoli avvenimenti di Erasto nel rifare il testo del Roman des sept Sages che avea sott’occhio, riferisce bensì il fatto del fuoco inestinguibile e l’altro dello specchio maraviglioso che in quello trovava, ma in pari tempo sopprime il nome di Virgilio ed a Roma sostituisce Rodi. E veramente ben si può intendere come poco potessero quei racconti prosperare fra noi, quando si rifletta come fra noi appunto avesse luogo in quell’epoca il risorgimento degli studi classici. Quanto meglio si venivano studiando gli antichi scrittori con metodo serio, e nella realtà dell’esser loro, svincolandosi dalla cieca ammirazione tradizionale, tanto più si veniva dissipando l’aureola fittizia o leggendaria di cui il medio evo ne avea attorniato il nome. È chiaro adunque che essendo noi stati i primi a rialzare accesa la face del sapere, le leggende virgiliane dovean bruciarsi le ali fra di noi, e tenersi a distanza, solo in piccola parte circolando timidamente, a mala pena protette dalla superstizione, o dal burlesco.
 
 
 
(Consulta i link per approfondire)
 
 
http://www.napoliontheroad.it/virgiliomago.htm

 
27/10/2008 20:19 commenti (0)